Amanti degli animali, tranquilli
I maltrattamenti sono ancora puniti

Diversi giornali hanno cavalcato l’onda dell’indignazione, accusando il Governo di aver promulgato una legge che depenalizza i reati contro gli animali, ovvero rendendo non punibile chiunque maltratti un animale. Ma per fortuna si tratta di una bufala. In che senso?

Petizioni e prime pagine. In questi giorni sui media e sui social network è stato dato enorme spazio a questa “notizia”, che attribuiva al Governo la colpa di aver approvato una legge volta a diminuire le tutele nei confronti degli animali. Il Giornale sulla prima pagina di domenica 21 dicembre titolava durissimo: Riforma infame: maltrattarlo da oggi non è più reato, con al centro del riquadro una tenera foto di un cucciolo di labrador.

Sul sito di raccolta firme Change.org sono cominciate numerose petizioni proprio a partire da questo articolo, ma anche da altre indicazioni diffuse dalla LAV tramite il proprio sito web, volte a promuovere iniziative per l’abrogazione di una legge che di fatto sarebbe andata controtendenza rispetto agli ultimi vent’anni di politiche a favore degli animali. Per fortuna è tutto falso: il Governo non ha promosso nessuna manovra tesa a diminuire le tutele agli animali, e non è prevista alcuna reale depenalizzazione.

 

Beautiful Young Woman 20 Years With A Fluffy Red Cat Isolated

 

La legge. Il testo di legge a cui fanno riferimento i media è il numero 67 del 28 aprile 2014, di cui su BergamoPost abbiamo già discusso (qui) in relazione alla presunta depenalizzazione di un certo numero di reati. In questo documento vengono trattate le deleghe al Governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio, in particolare le disposizioni in materia di sospensione del procedimento.

Il passaggio incriminato riguarda l’articolo 1, che però, se letto integralmente, toglie molti dubbi in merito alla sua applicabilità: «È possibile escludere la punibilità di condotte sanzionate con la sola pena pecuniaria o con pene detentive non superiori nel massimo a cinque anni, quando risulti la particolare tenuità dell’offesa e la non abitualità del comportamento, senza pregiudizio per l’esercizio dell’azione civile per il risarcimento del danno e adeguando la relativa normativa processuale penale».

Una parte della stampa, così come i più radicali sostenitori dei diritti degli animali, si è aggrappata ad una frase «pene detentive non superiori nel massimo a cinque anni», iniziando ad elencare tutti i reati che rientrano in questo limite, e ce ne sono davvero molti. Quello che si sono preoccupati di nascondere ai loro lettori però, è la seconda parte della frase, che spiega chiaramente che la condizione necessaria per far scattare questa sospensione è «la particolare tenuità dell’offesa e la non abitualità del comportamento».

Questo significa che il requisito non è soltanto la durata della pena massima, ma anche una violazione molto lieve di una legge: ad esempio chi ruba una mela compie un furto, ma sicuramente meno grave di chi sottrae milioni di euro o chi ruba in maniera seriale per strada o negli appartamenti. Nel primo caso la pena sarà soltanto pecuniaria e probabilmente vicina ai minimi previsti, nei casi successivi il giudice potrebbe richiedere una pena detentiva probabilmente vicina a quella massima prevista nel codice.

Il sito della Gazzetta amministrativa della Repubblica Italiana, che fornisce un servizio di spiegazione delle leggi da parte dell’Avvocatura dello Stato, già in un articolo del 3 maggio 2014 spiegava la portata di questa riforma: «La riforma, in particolare, è diretta a trasformare in illeciti amministrativi tutti i reati per i quali è prevista la sola pena della multa o dell’ammenda» escludendo quindi i casi in cui un reato commesso sarebbe abbastanza grave da poter considerare la pena detentiva. Anche uno dei principali siti di riferimento per i giuristi italiani, Altalex, ha così spiegato il passo della legge 67\2014: «La depenalizzazione riguarda tutte le infrazioni attualmente punite con la sola multa o ammenda».

 

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Due paletti: tenuità e non abitualità. I due elementi fondamentali di questo comma di legge sono i requisiti di tenuità e non abitualità della condotta, che escludono tutti i casi di maggiore pericolosità sociale e gravità. Facendo un esempio pratico, reati come il maltrattamento di un animale richiedono un comportamento reiterato o comunque grave nei confronti dell’animale, che quindi sarebbero sufficienti ad escludere il soggetto dalla sospensione del processo penale. Similmente sarebbe escluso da questa possibilità un uomo che viene denunciato per violenze contro gli animali di cui viene evidenziata una condotta continuata, nei confronti di uno o più animali, o che presenti precedenti penali che ne identifichino la pericolosità sociale o l’abitualità ad essere violento. Sarebbe sempre escluso il padrone che per una settimana lascia il cane legato alla catena sotto il sole, o che non si preoccupa della sua salute: in questo caso il pericolo per la vita dell’animale e la condotta svolta in maniera continuativa non lascerebbero dubbi.

L’evoluzione legislativa in tema di animali. Negli ultimi anni, la coscienza civile in materia di diritti degli animali è di molto aumentata, grazie anche alle battaglie di associazioni come la LAV, che hanno sensibilizzato l’opinione pubblica. Seguendo il sentimento popolare, la politica ha appoggiato e promosso iniziative a favore di questa categoria, con l’aiuto dei media che hanno spesso puntato un faro sulle situazioni più problematiche e meno accettabili: uno dei casi più eclatanti è stata la chiusura di Green Hill. In un momento culturale come questo, dunque, nessun politico rischierebbe mai di applicarsi per un’involuzione, scatenando non soltanto la rabbia degli animalisti, ma anche di milioni di cittadini che, pur non essendo attivisti, sono molto sensibili a quest’argomento.

Probabilmente, proprio approfittando di questa sensibilità, alcune persone hanno colto uno spunto per disinformare e avviare la solita “macchina del fango” contro gli avversari politici o semplicemente per attirare visualizzazioni e quindi “clienti” secondo le logiche di internet, contando sul fatto che in pochi avrebbero cercato di approfondire l’argomento.