Andiamoci piano coi tattoo henné
Spesso sono pericolosi per la pelle

Essere alla moda è una parola d’ordine tra gli adolescenti o i giovanissimi e persino tra i bambini. Anche quando si parla di tatuaggi: così, soprattutto d’estate, si dipingono sulla pelle immagini di tutte le fogge e colori. Temporanee, perché incise all’henné, una sostanza naturale a base di erbe, presumibilmente senza rischi. Errore! Perché un recente studio dell’Università degli Studi di Perugia, pubblicato sulla rivista International Journal of Environmental Research and Public Health, attesterebbe che l’aggiunta di una sostanza chimica, la PDD, utile a rendere il colore più scuro, è causa di dermatiti da contatto, specie in età pediatrica.

 

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I tattoo a tempo. Sono amati e desiderati dai più giovani, che riescono così a emulare i grandi o i loro beniamini, senza dolore. Perché i tattoo che utilizzano sono all’henné, un colorante naturale estratto dalla pianta, che non richiede l’applicazione con aghi. Elemento che permetterebbe di non incorrere, apparentemente, in problemi di igiene associati all’uso di strumenti o ambienti poco sterili: apparentemente vero, se si esclude la qualità dei pigmenti che potrebbe non essere delle migliori. Ma su questo punto c’è molto da discutere perché i tattoo a tempo sarebbero complici di reazioni cutanee, talvolta anche importanti, di cui la più ricorrente è una dermatite da contatto, cioè data dall’incontro tra la pelle e la sostanza in questione. Stimolata da uno specifico ingrediente chimico, la para-fenilendiammina (PPD), aggiunto al puro henné per rendere la colorazione più scura e duratura, che non solo sensibilizza la pelle, ma che potrebbe lasciare tracce di ipopigmenatzione, cioè di perdita di tonalità del colore della pelle nel tempo, e una riacutizzazione o ricomparsa del problema epidermico in caso di successive esposizioni alla PPD.

 

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Cos’è la PPD. La PPD è uno fra i più importanti reagenti da contatto, dicono gli esperti. A tal punto che questo colorante blu è stato vietato dalla legislazione europea per uso cosmetico, ad eccezione dell’impiego in tinture per capelli dove può essere contenuto in quantitativi modesti, ovvero con una concentrazione massima del 6 per cento, che pare comunque già elevata, in funzione delle possibili reazioni, nella totalità del prodotto. Ma non solo: viste le possibili implicazioni, la presenza della PPD, oltre che in termini percentuali, va specificata in etichetta con apposita e chiara dicitura come “Può causare una reazione allergica”, “Contiene fenilendiammina”, “Per uso professionale”, “Usare guanti idonei”, “Non usare per tingere ciglia e sopracciglia”.

La pelle sopporta poco la PPD, specie se c’è già una predisposizione innata alle allergie, manifestando il proprio disturbo con reazioni anche importanti, variabili da rossori a gonfiori, e in caso di cute solo sensibile con dermatiti irritative di lieve entità, ma comunque altrettanto fastidiose. Dallo studio emerge infatti che nel 50 per cento dei casi i tatuaggi all’henné possono dare prurito, eritemi, vescicole e bolle, orticarie fino a reazioni sistemiche più importanti quali linfoadenopatie, cioè l’ingrossamento dei linfonodi, e febbre entro uno o due giorni dalla prima applicazione. Nella restante metà, la reazione può comparire solo dopo un ritocco del tattoo, palesando la maggiore sensibilità cutanea alla PPD, possibili anche fino a 72 ore dopo la manutenzione dell’immagine.

 

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Serve una cura. Proprio così perché, nella maggior parte dei casi, la reazione non passa da sola, ma richiede una terapia, anche di lunga durata. Infatti, sempre dallo studio, si evince che le lesioni o le manifestazioni cutanee possono continuare a perdurare anche sette giorni dopo l’inizio di una cura con cortisone e antistaminici, associate a un’eventuale discromia, cioè a macchie sulla pelle di colore più chiaro dovute a carenza di melanina, anche dopo quattro settimane dalla fine della terapia. L’ipopigmentazione sulla zona del tattoo, in tutti i casi, viene riscontrata fino a un anno di distanza, mentre la cura dovrebbe essere di norma  risolutiva per il prurito o il miglioramento delle lesioni cutanee.

Un problema in aumento. La dermatite da contatto, dovuta a sensibilizzazione da PPD, è un fenomeno in aumento fra le fasce più giovani di popolazione, bambini compresi. E la complicità, secondo gli esperti, sarebbe da attribuirsi proprio all’esposizione ai tatuaggi con henné in cui i dosaggi di PPD sono spesso sconosciuti o in concentrazioni più alte rispetto a quelle raccomandate. Con problematiche e implicazioni serie che possono riapparire dopo una riesposizione alla PDD, prima fra tutte una ipopigmentazione persistente e perenne. Dunque? Gli esperti raccomandano cautela e attenzione, anche in considerazione del fatto che i giovani spesso acquistano kit online che non danno garanzie, oppure si affidano a tatuatori improvvisati sulle spiagge che usano materiali scadenti e potenzialmente rischiosi.

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