Sei anni di coma dopo un incidente
«Soffriva, gli ho detto: vai Matteo»

«Questa volta mi sono resa conto che soffriva troppo, mi sembrava perfino invecchiato. Un paio di giorni prima di morire ho visto che gli sono scese due lacrime. Allora gli ho detto: «Vai Matteo, tesoro mio, vai». E lui mi ha ascoltata». Giusy Loda è la mamma di Matteo Stella, il 26enne del Cassinone deceduto due settimane fa a distanza di sei anni dall’incidente stradale che lo aveva reso tetraplegico. Era l’estate del 2011 e lui era in auto con due suoi amici. La loro Punto è finita contro un’altra macchina, una Bmw senza assicurazione, il conducente era senza patente. Matteo da quel drammatico giorno non si è più ripreso: non si muoveva, non parlava, non era cosciente, era tracheotomizzato, nutrito e idratato attraverso dei sondini. Eppure Giusy, che accanto a lui trascorreva gran parte delle sue giornate, è convinta che suo figlio la riconoscesse. «A volte era agitato, magari era scomodo o aveva caldo, oppure aveva qualche dolore. Io arrivavo e mi accorgevo che qualcosa non andava. Allora provavo a fargli cambiare posizione, a mettergli dei cuscini, lo scoprivo. Insomma, le tentavo tutte finché non si quietava. Andavo vicino al suo viso e gli parlavo, lui teneva gli occhi fissi ma avevo proprio la sensazione che mi ascoltasse, capiva che ero lì».

Andava da lui tutti i giorni?
«Sempre. Era ricoverato al Carisma, l’ex Gleno. Io andavo a trovarlo un’oretta la mattina, magari gli facevo la barba, controllavo che non avesse bisogno di nulla. Poi tornavo a casa, preparavo il pranzo a mio marito e il pomeriggio ritornavo da lui, stavo lì fino alle sette, le otto di sera. Mio marito lo andava a trovare finito il lavoro. Quando arrivava lo salutava e gli arruffava i capelli. Matteo magari all’inizio faceva qualche smorfia come se fosse infastidito poi, quando capiva che a toccarlo era il suo papà, si lasciava andare, si faceva coccolare, si godeva le carezze».

Ricorda il giorno dell’incidente?
«Certo, come fosse ieri. Hanno chiamato dall’ospedale verso le tre di notte dicendo che mio figlio aveva fatto un incidente. Siamo corsi in ospedale, lo abbiamo visto, era bianchissimo, mi ha colpito questo particolare. Lui non aveva niente di rotto, non l’hanno nemmeno operato. Ci hanno detto che aveva preso un colpo alla testa ed era rimasto incastrato nelle lamiere dell’auto, schiacciato non si sa da cosa. Non ha respirato per circa mezzora. Quando l’han – no estratto hanno cercato di rianimarlo per tre volte, poi volevano dichiarare il decesso ma una ragazza che stava studiando rianimazione ha insistito affinché provassero ancora una volta. Così hanno fatto e a quel punto il cuore di Matteo ha ripreso a battere».

È stato un bene, signora?
«E chi lo sa. Io, da madre, in modo egoista, penso sia stato un bene perché ho avuto la possibilità di passare altri sei anni insieme a lui. Per Matteo non lo so».

In questi giorni si parla molto di “fine vita”. Ha sentito di quel dj che è andato in Svizzera per farsi aiutare a morire? Cosa ne pensa?
«Ma lui era cosciente, lo ha chiesto lui di morire, poteva comunicare le sue sofferenze e ritengo sia giusto rispettare la volontà di ognuno in questi casi. È stato molto coraggioso. Il mio Matteo invece non era cosciente. Chi si prende la responsabilità di fare una scelta del genere per una persona, per un figlio che non si può esprimere? Ho avuto un’esperienza simile con mia sorella, che era gravemente malata e ha patito tanto dolore. Gli ultimi giorni, anche se riusciva a parlare a malapena, diceva che voleva morire, che stava troppo male, che non ce la faceva più. Era uno strazio vederla così. A quel punto forse è meglio lasciare che vada».

Lei è credente?
«Beh, sì. Sono credente perché ho avuto bisogno di qualcosa a cui aggrapparmi. Pregavo, come appiglio, mi rivolgevo alla Madonna».

Secondo lei Matteo voleva continuare a vivere anche in queste condizioni?
«In questi sei anni ha rischiato tante volte di morire. Si aggravava, subentravano delle complicazioni e stava male per mesi: infezioni, necrosi, broncopolmonite. Più di una volta i medici ci hanno detto di prepararci al peggio. Io mi avvicinavo a mio figlio e gli dicevo: “Coraggio, stai tranquillo, la mamma è qui vicino a te, non ti preoccupare”. E lui si riprendeva sempre. Quindi forse voleva ancora vivere. Però quest ’ultima crisi lo ha provato tanto, era stanco di lottare. Io l’ho capito e gli ho detto di andare in pace. Così ha fatto».

Sei anni sono tanti.
«È stata lunga, sì. Ma mi sembra ieri. E io penso di essere fortunata. Al Carisma ci sono situazioni davvero drammatiche. C’è un giovane che è lì da 12 anni. C’è un altro ragazzo che ha 22 anni, la sua mamma è sola, il padre è sparito, lei non trova lavoro. Io almeno ho sempre avuto l’appoggio dei miei familiari, mi sono stati tanto vicino, i miei suoceri, i parenti, gli amici di famiglia, quelli di Matteo. Venivano spesso a trovarlo, lo ricordavano sempre. Anche don Arduino non si è mai dimenticato di lui. Abbiamo avuto accanto persone tanto buone e generose e io sono grata a tutti per questo. Anche al personale del Carisma, si sono sempre prodigati tutti per mio figlio, l’hanno curato bene, finché hanno potuto».

E suo figlio Mirko? Era attaccato a Matteo?
«Tantissimo. Si volevano un gran bene. Avevano in comune la passione per l’Inter, per il calcio, avevano più o meno gli stessi amici. Una volta che l’Inter aveva vinto non so quale coppa erano andati insieme a Milano a festeggiare ed erano tornati la mattina».

A Matteo piaceva molto la musica, vero?
«Tanto. Ascoltava Vasco Rossi, i Nomadi, Ligabue, gli 883. In ultimo ascoltava quei cantanti con i rasta, non ricordo come si chiamano. Gli piaceva andare ai concerti. Era un ragazzo normale, un bravo figlio, sempre sorridente, sempre di buon umore. Non ci ha mai dato problemi».

Però lui non aveva i rasta, aveva la cresta.
«(Ride) Sì sì, aveva la cresta e ce l’ha avuta fino alla fine. Il parrucchiere che veniva al Gleno a targliargli i capelli mi chiedeva: «Signora come glieli faccio? » e io rispondevo di tagliarglieli come glieli avrebbe chiesti Matteo. Allora lui gli faceva la cresta».

Cosa le mancherà di più di suo figlio?
«Tutto quanto. Compresi i suoi massaggini, era molto affettuoso. Quando rincasava e mi trovava seduta sulla sedia si metteva a farmi i massaggi sulle spalle. Era molto bravo. Era attaccatissimo anche ai suoi nonni paterni, che vivono in un altro appartamento ma sempre in questa casa, ogni giorno andava da loro a salutarli».

Non siete mai riusciti a portarlo a casa?
«Avremmo tanto voluto, ma lui stava male, aveva bisogno di cure. Una volta, forse il primo anno, volevamo portarlo qui per Natale. Era tutto pronto, la camera, il pulmino per il trasporto, c’era una mia parente che fa l’infermiera e aveva dato la sua disponibilità per aiutarci ad assisterlo nel modo migliore. Poi invece, qualche giorno prima, si è aggravato e abbiamo dovuto lasciarlo lì. Qualche anno fa, quando stava meglio, lo mettevamo sulla carrozzella e lo portavamo fuori. Poi ha avuto una crisi forte e negli ultimi due anni è sempre rimasto a letto».

Ora come affronterà le giornate signora Giusy?
«Boh. In questi giorni mi sento un po’ una trottola. Continuo a girare senza combinare nulla, sono un po’ frastornata».

Sarà Matteo a darle la forza di andare avanti.
«Sì, credo proprio di sì. Mi batterà la mano sulla spalla e mi dirà: «Coraggio mamma».

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