In arrivo il vaccino per sempre
Addio all’influenza di stagione

Ogni anno la questione si propone, specie per le persone sopra una certa età: vaccinarsi contro l’influenza prima dell’arrivo della stagione più esposta al virus, nel cuore dell’inverno, con gennaio come mese più a rischio. Ogni anno il vaccino è diverso. Il vaccino antinfluenzale è costituito da virus uccisi, appartenenti ai ceppi responsabili delle epidemie più recenti. Negli adulti è sufficiente in genere una sola iniezione e occorrono circa quattro settimane per ottenere il massimo effetto. La composizione dei vaccini antinfluenzali inattivati (nel senso che il virus è stato inattivato) viene determinata ogni anno sulla base dell’antigenicità dei virus influenzali isolati da una rete di sorveglianza mondiale coordinata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Eppure non è lontano il traguardo di un vaccino che dura quasi per sempre: l’ipotesi è che una volta messo a punto, possa essere preso due o tre volte durante la vita di una persona per ritrovarsi protetti dall’influenza. L’efficacia dei vaccini, attualmente disponibili, nel prevenire l’influenza è del 70-90 per cento nei giovani e adulti ed è un po’ inferiore negli anziani e nei soggetti il cui sistema immunitario è già debilitato. L’obiettivo è avvicinarsi a queste medie.

Uno studio dei virologhi della Perelman School of Medicine dell’università di Pennsylvania, è stato pubblicato sulla rivista Nature Communications e rivela che le prime sperimentazioni del nuovo vaccino saranno fatte sui primati e sull’uomo nei prossimi mesi. I ricercatori hanno puntato su un’idea che a dirsi sembra molto semplice: anziché progettare il vaccino usando come stimolante della risposta immunitaria qualche zona della parte superiore della proteina a forma di fungo che caratterizza i virus influenzali, hanno cambiato obiettivo e si concentrati sulla zona inferiore della proteina, in sostanza sulla gamba del fungo. Infatti mentre la zona superiore è molto variabile, e questo spiega perché ogni anno ci sia da mettere a punto un vaccino specifico diverso da quello dell’anno precedente, la parte del gambo si mostra molto più stabile.

 

 

I risultati dei test sugli animali sono molto incoraggianti. E anche se i ricercatori americani sembrano più avanti degli altri, come ha spiegato Emanuele Montomoli, ordinario di Igiene all’università di Siena, in un’intervista a Repubblica, in questo momento ci sono una trentina di approcci diversi al vaccino di lungo corso. Uno in particolare è legato alla “memoria immunitaria”. «È quella legata al virus che è stato il primo a infettare l’organismo durante l’infanzia», ha spiegato Montomoli. «Chi è stato infettato da un certo ceppo conserva una certa immunità contro quello stesso ceppo». Cioè si ammala meno in virtù di un “imprinting immunologico”.

Anche se il traguardo seguendo questa strada sembra meno vicino, in molti ci credono: il National Institute of Allergy and Infections Deseases di Bethesda, nel Maryland, ha stanziato cinque milioni di dollari per uno studio che segua migliaia di neonati dalla nascita fino alle prime tre influenze accertate. L’obiettivo è capire cosa si verifichi quando un sistema immunitario in formazione incontra un virus dell’influenza e quando dopo anni ne incontra uno uguale. Se si riuscisse a farlo funzionare sulla base di una “memoria”, si potrebbe archiviare il vaccino.

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