Bambini e brutti voti a scuola
C’entrano i geni di mamma e papà

Se vanno male a scuola, gli alunni potrebbero anche prendersela con mamma e papà. Oltre alla dedizione allo studio, corresponsabile di una pagella da primo della classe o da studente dell’ultimo banco sarebbe anche il patrimonio genetico. La teoria, nuova, è stata esposta in uno studio condotto da un gruppo di ricercatori del King’s College di Londra, e pubblicato sulla rivista PNAS, che dimostrerebbe come gruppi di geni o sequenze di Dna siano strettamente correlati al successo scolastico individuale. L’eredità alla propensione allo studio condizionerebbe i buoni voti per ben più della metà rispetto alle influenze ambientali, quali le condizioni di vita in famiglia, la scuola frequentata, gli insegnanti e così via.

 

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È (quasi) tutta colpa dei geni. Le conclusioni cui si è giunti potrebbero avere un fondamento di verità, perché il campione di studenti esaminato è molto ampio: 13.300 gemelli (6.200 coppie) inglesi di 16 anni, suddivisi tra gemelli omozigoti, quindi identici e che condividono il 100% del patrimonio genetico, e gemelli eterozigoti che invece sono simili solo per il 50% come normali fratelli. Tutti i ragazzi sono stati sottoposti a speciali esami scientifici, come test di abilità cognitive e non cognitive utili a fornire diverse informazioni sul tipo di intelligenza, il livello di autostima, le condizioni di benessere e eventuali problemi comportamentali. Ancora, i ricercatori hanno confrontato, nei due gruppi di gemelli, i risultati al General Certificate of Secondary Education, un esame scolastico sostenuto in Gran Bretagna. Ne è emerso che i buoni voti ed alcuni tratti personali, in particolare l’intelligenza, sono ereditabili tra il 35% e il 58%, che aggiunti ad altri indicatori ‘studenteschi’ elevano la percentuale fino al 75%. Poca influenza giocherebbero invece fattori di altra natura.

 

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Le regole per un buon studio. Affidarsi solo ai geni per guadagnarsi la promozione senza debiti formativi o essere un alunno modello però non basta. Per migliorare l’apprendimento occorre mettersi d’impegno e seguire almeno qualche piccola regola che poco ha a che fare con il Dna, ma che è fondata invece su ricerche di campo educativo. Eccole:

  1. Impostare un apprendimento multisensoriale. Ovvero seguire il canale di accesso sensoriale preferenziale,uditivo, visivo, cinestesico per immagazzinare al meglio le nozioni. Nel 1987 Neil Fleming, un insegnante neozelandese, sviluppò la teoria degli stili di apprendimento, chiamata VARK (acronimo di Visual, Aural, Read/Write e Kinesthetic) suddividendo, attraverso l’ausilio di uno specifico questionario, gli studenti per abilità. Arrivò a stabilire che sono ‘studenti auditivi’ coloro che imparano meglio ascoltando e prendendo appunti e ricordano esempi e storie  interessanti, traendo maggiore vantaggio dall’uso di un registratore, mentre gli ‘studenti visivi’ necessitano di aiuti video, slide, grafici, cartelloni per fare propria la lezione. Di contro definì ‘studenti cinestesici’ coloro che avevano bisogno di sperimentare in modo pratico e con attività manuali l’appreso, e infine ‘studenti lettura-scrittura’ coloro che imparavano più facilmente facendo liste, prendendo appunti e poi rileggendo. Quindi scoperta la propria natura dietro I banchi di scuola, il segreto è sfruttarla al meglio che puntare ad un voto più alto.
  2. “Sentire” l’argomento. La ripetizione a pappagallo di una lezione non rappresenta il modo migliore per imparare e ricordare nuove informazioni. Occorre invece pensare attivamente ed elaborare il materiale. Insomma, essere un po’ creativi e personalizzare ciò che si sta studiando.
  3. Insegnare anche a qualcun altro ciò che si è imparato.  È una strategia utilissima poiché richiede lo sforzo di riorganizzare il materiale nella mente, ripetendolo a voce alta, elaborandolo e rispondendo a delle domande. In una parola, approfondire un argomento ha come conseguenza il consolidamento delle conoscenze.
  4. Costruire delle mappe mentali, che è un po’ il processo evolutivo della regola precedente, cercando di fare collegamenti concettuali fra le varie nozioni.
  5. Fare esperienza pratica. L’apprendimento sui libri di testo o la ricerca sul web va rafforzata con la pratica. Ovvero, se ad esempio si sta imparando una nuova lingua è bene andare all’estero, trovare un pen-friend, o ancora iscriversi a un forum straniero.
  6. Partecipare a dei brainstorming. Si tratta di un apprendimento attivo in cui i partecipanti sono incoraggiati a discutere e condividere le proprie conoscenze formando connessioni creative tra ciò che si è appreso e ciò che è nuovo.
  7. Fare un break. Una semplice camminata può dare al cervello il tempo necessario a incorporare nuovi concetti. Studiare per molte ore consecutive può essere controproducente se non si fanno delle pause. Comprensione e concentrazionesi mantengono costanti all’incirca i primi 40-60 minuti (anche in relazione alla difficoltà della materia) poi cominciano a decrescere. Le pause dovrebbero avere una durata di un decimo del tempo di studio, quindi per 40 minuti di testa sui libri 4 minuti di pausa.
  8. Farsi delle domande. Anche quando si inizia a padroneggiare un argomento, le conoscenze cresceranno debolmente se non ci si ragiona un po’ su o non si riflette.
  9. Organizzare il materiale. Per dividere le idee e facilitare il recupero delle informazioni, si possono usare post-it colorati o altre strategie pratiche e creative.
  10. Creare l’ambiente giusto per l’apprendimento. In classe lo spazio deve essere stimolante, vario e organizzato; a casa l’area studio deve essere più libera possibile da distrazioni ma deve anche essere resa confortevole con il giusto tipo di illuminazione, silenzio, musica, privacy, e qualche snack. L’ambiente di apprendimento deve funzionare al meglio per stimolare e rendere efficace lo studio.
  11. Gesticolando s’impara. Accompagnare l’apprendimento di un nuovo concetto con i gesti può essere un valido aiuto nella memorizzazione, concentrazione e risoluzione dei problemi.
  12. Coltivare l’abitudine degli apprendimenti a lungo termine, ovvero stimolare sempre la curiosità e avventurarsi in conoscenze sempre nuove.