«Basta con l’alibi dell’Europa»
Luca Ricolfi bacchetta l’Italia

“Rigidità”, altrimenti nota con il termine “rigore”: quanto volte queste parole, negli ultimi anni, sono rimbalzate su qualsiasi media? E quasi sempre, oltretutto, con accezioni negative, specie se riferite alla governance europea; politiche di austerità, controllo dei conti pubblici, innumerevoli freni alla libertà di spesa dei Paesi dell’eurozona, fino al celebre tetto del 3 percento: una lunga serie di motivi rispetto ai quali l’Italia, in particolare, si è sempre espressa con durezza, additandoli come causa principale delle difficoltà del nostro Paese a far partire un processo economico di ripresa.

Ma è davvero colpa dei vincoli europei se il Belpaese non riesce a dare una svolta decisiva alla stagnazione economica che, stando ai dati, non concederà tregua nemmeno nel 2015? È quanto si è chiesto domenica 16 novembre su La Stampa Luca Ricolfi, ordinario di Psicometria presso l’Università di Torino e apprezzato analista politico. E, a ben vedere, numeri alla mano, secondo Ricolfi sarebbe bene che l’Italia si facesse un approfondito esame di coscienza, prima di puntare il dito contro l’Unione Europea.

L’analisi: tutta l’Europa cresce tranne noi. Ricolfi muove le sue considerazioni partendo dalle continue denunce italiane (politicamente bipartisan) nei confronti delle regole finanziarie che l’Europa impone agli Stati membri, ritenute eccessivamente rigide per permettere ad un Paese di osare quel poco necessario per scuotere l’economia: dove non c’è spesa non è possibile incrementare una domanda interna, ridotta oggi a livelli quasi sotterranei, e dove non c’è domanda di mercato non può esserci ripresa. Perché, dunque, non c’è spesa? Perché l’Europa – così dicono – ci impedisce di spendere con margini di libertà sufficienti, ergo la stagnazione economica è anzitutto colpa del governo di Bruxelles. Un ragionamento sillogistico che non fa una piega.

Ma se per un momento si uscisse dalle labili trame delle supposizioni, e si desse uno sguardo ai numeri reali, balzerebbe immediatamente all’occhio un dato molto significativo: ragionando sui tassi di crescita del Pil per il biennio 2014-2015 (in parte quindi noti, e in parte stimati), dei 19 Paesi dell’eurozona, eccetto l’inarrestabile recessione di Cipro e altri quattro Paesi in fase di stagnazione fra cui Italia e Francia, ben 14 su 19 stanno registrando, e faranno presumibilmente registrare, incrementi del Pil, e anche piuttosto sostanziosi (fra il 2 e il 4 percento). E non si pensi alla solita Germania o alle serene economie nordiche: fra i Paesi maggiormente in ascesa, infatti, ci sono Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna, ovvero quegli Stati che fino a un paio di anni fa sembravano sull’orlo del fallimento totale.

Così, se la legge è davvero uguale per tutti (e il principio dovrebbe valere, se non altro in ambito economico), i sopracitati vincoli e parametri, considerati tanto dannosi per l’economia italiana, dovrebbero valere a tutti gli effetti anche per questi 14 Paesi; eppure, da una parte ci sono bilanci finalmente in attivo e situazioni di netta ripresa, da un’altra parte, quella tricolore, stagnazione e lamentele. Sottolinea a tal proposito Ricolfi:

Se questo dicono i dati, i termini del problema si spostano un pochino. Forse anziché arrabbiarci perché Bruxelles non ci lascia esagerare con il deficit pubblico, faremmo meglio a chiederci come fanno tanti Paesi dell’eurozona a crescere nonostante l’Europa, nonostante l’euro, nonostante l’ottusità dei burocrati. Non voglio azzardare la risposta, che presumibilmente è diversa da Paese a Paese, ma vorrei che almeno si riflettesse: dare la colpa all’Europa è troppo comodo, e sa tanto di alibi. Che l’Europa sia un disastro mi pare una tesi plausibile, ma che al disastro europeo si debba e si possa aggiungere il disastro di governi nazionali incapaci di «cambiare verso» nel loro Paese mi pare un lusso che non ci si può più permettere.

Alcune critiche, comunque, all’Ue. Nonostante questa frecciata decisamente poco velata all’Italia, Ricolfi riconosce comunque alcune colpe anche all’UE, e precisamente da un punto di vista di esagerata ingerenza rispetto a talune tematiche oppure, di contro, di eccessiva lassità in altre.

Viene riportato, a titolo esemplificativo, il caso dell’Irlanda: fino a prima della crisi, l’economia irlandese era in vertiginosa ascesa, in particolare grazie ad una politica fiscale particolarmente leggera nei confronti delle imprese. E, negli anni della crisi, nonostante lo sfiorato tracollo, Dublino ha ostinatamente riservato aliquote bassissime agli imprenditori, cosa che, sul lungo periodo, ha permesso all’Irlanda di risollevarsi e di ripartire con buona lena (crescita del Pil fra il 3 e il 4 percento).

In una situazione del genere, l’Europa, anziché invitare i vari Paesi membri a studiare il caso irlandese, persiste ancora oggi nello spronare Dublino ad alzare le tasse sulle imprese: fino a qualche tempo fa, sottolinea Ricolfi, per dare equilibrio ai conti pubblici, oggi, più plausibilmente, per timore della concorrenza fiscale di un Paese capace di attirare investimenti stranieri come pochi altri. Questo è un caso in cui l’Ue, probabilmente, farebbe meglio a farsi gli affari propri, a fronte di un prodigio economico del genere.

Caso inverso riguarda invece diverse direttive europee, tese, ad esempio, ad imporre agli Stati membri una certa tempestività nei pagamenti alle imprese, a scrivere leggi che siano di immediata comprensibilità, all’umanizzazione delle condizioni carcerarie e via dicendo. Tutti argomenti di cui molti Paesi, fra cui l’Italia, tengono poco o per niente conto, violando sistematicamente i rimproveri di Bruxelles. Sono questi i casi, conclude Ricolfi, in cui l’Europa dovrebbe farsi sentire con maggior vigore.