In Bergamasca triplicati i ragazzi
che si tagliano per dire: esistiamo

«Negli ultimi cinque anni i casi che arrivano nel nostro ospedale riguardanti l’autolesionismo nei ragazzi sono triplicati, si tratta in genere di ferite che si praticano sulla pelle con coltelli, taglierini, lamette, lame in genere. I ragazzi lo fanno di nascosto, non espongono le loro ferite. In questo senso non è un fatto legato all’estetica, alla moda. È un’espressione del dolore, della sofferenza interiore. È un linguaggio». Patrizia Stoppa è responsabile dell’unità di Neuropsichiatria infantile dell’ospedale Papa Giovanni, il fenomeno di cui parla è agghiacciante: anche nella nostra terra, nella Bergamasca, ci sono ragazzi che si fanno del male volontariamente. Che prendono un coltello e si tagliano la pelle del braccio, della gamba. Quello che preoccupa di più è che il numero di questi ragazzi risulta in crescita continua.

 

 

Per affrontare questi problemi è scesa in campo da tempo anche l’associazione Nepios con un progetto ben preciso di “Prevenzione gesti autolesionisti e suicidari in adolescenti”; in particolare, Nepios ha sostenuto l’assunzione di due psicologi-psicoterapeuti per l’unità di Neuropsichiatria infantile e per l’unità di Psicologia clinica dell’ospedale. Dice la presidente dell’associazione, Tullia Vecchi: «Questo è uno dei nostri progetti per la tutela del bambino, del ragazzo e della famiglia. La nostra associazione dal 2001 si impegna in questa direzione. Abbiamo diversi altri progetti in corso che riguardano in particolare il sostegno di famiglie in situazione di fragilità e anche i casi di famiglie al cui interno si verificano episodi di violenza e pure di abusi sessuali». Un impegno continuo, costante. Non ci sono risultati eclatanti, gesti clamorosi, acquisti di macchine mirabolanti. È un lavorare infaticabile, poco appariscente, quello di Nepios. Ma utilissimo. Continua la neuropsichiatra Patrizia Stoppa: «Tagliarsi la pelle ha certamente dei significati simbolici. La pelle in fondo rappresenta il confine fra noi e gli altri, fra interiorità e realtà esterna. La pelle è la frontiera fra noi e il mondo di fuori, fra l’entrare e l’uscire. In genere, non c’è una relazione stretta fra il “cutting”, cioè il tagliarsi, e il tentativo di suicidio, si tratta di problematiche differenti. È come se il taglio della pelle fosse un messaggio: in questo senso fa venire in mente il tatuaggio, che pure è un’altra cosa. Forse, paradossalmente, un’affermazione di realtà. Non è il volere togliersi la vita. Ma resta un fenomeno pericoloso, da comprendere».

Se in Bergamasca il numero di casi è triplicato in pochi anni, nel nostro Paese si parla dell’11,5 per cento di ragazzi compresi fra i tredici e i diciotto anni che si fanno del male, si tagliano, di nascosto. Perché un fenomeno del genere? Dice Patrizia Stoppa: «Sono ragazzi sofferenti, sono ragazzi che hanno sofferto per scarsa attenzione ricevuta quando magari erano piccoli, oppure perché hanno vissuto forti tensioni, forti squilibri fra i genitori. Hanno dovuto affrontare la separazione molto conflittuale fra padre e madre. Oppure all’interno di famiglie unite hanno comunque sopportato il conflitto, la sofferenza reciproca che i genitori si infliggono. Le fatiche dei grandi si riflettono sui bambini, sempre. O, ancora, hanno subito molestie sessuali. Alla base dell’autolesionismo c’è sempre una sofferenza, una difficoltà forte a trovare un’identità, un senso di realtà all’interno di se stessi». Tagliarsi per soffrire perché soffrire fa sentire comunque che ci sei, che esisti. Soffrire come soffrivi quando eri un bambino e i genitori non si ricordavano di te, non ti abbracciavano abbastanza, non regalavano il senso dell’armonia della vita. Regalavano sofferenza. E la sofferenza è il tuo passaporto, il tuo senso della vita. Continua Patrizia Stoppa: «Il senso di identità è fondamentale. Quando un ragazzo non riesce a formarsi una sua autostima, un suo senso di realtà positivo, allora si apre il periodo critico. All’origine può esserci un rifiuto da parte del genitore, ma anche un eccesso di aspettative. Questi disturbi si manifestano in maniere diverse a seconda dei periodi storici. Oggi sta trovando questo tipo di espressione, “cutanea”. Ma, in ogni caso, si tratta di disagi che, se non vengono curati, andranno avanti per tutta la vita, provocando disturbi differenti».

 

 

Viviamo tempi complicati, tempi di solitudini, di smarrimenti. Di tanti ragazzi che scelgono di vivere sempre di più nel “virtuale” di smartphone, tablet, computer e che quindi sperimentano l’isolamento. L’impatto con la “realtà reale” può diventare micidiale, insostenibile. Che cosa si può fare? Si tratta di un problema ampio, che riguarda lo stile di vita di questi anni, delle nostre famiglie. Riguarda questi adulti incapaci di essere dei buoni padri e delle buone madri. Patrizia Stoppa dice: «Dal punto di vista dei servizi sociali, psichiatrici, ci rendiamo conto che sarebbe importante trovare modalità nuove per essere presenti fra la gente; penso che il “tasso” di fragilità sia in continuo aumento. Per esempio, sarebbe importante avere operatori, educatori che vadano nelle case, nelle famiglie e avviino un rapporto in qualche modo terapeutico con continuità e intensità. Occorrerebbero tante risorse, mezzi in più…».

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