Bisogna parlare della Libia
dove la crudeltà non riposa mai

La Libia del post-Gheddafi è un Paese di passaggio, centro di smistamento per i disperati che cercano di raggiungere il Mediterraneo e sbarcare sulle coste dell’Europa, dopo aver abbandonato i loro Paesi d’origine e venduto tutti i loro beni.

La tratta dei migranti. Negli ultimi tre anni sono state oltre 450mila le persone che hanno tentato questa traversata mortale, fuggendo da guerre, povertà e disoccupazione. Quando, dopo il percorso via terra dagli Stati dell’Africa centrale, i migranti arrivano in Libia, finiscono in mano ai trafficanti, che tolgono loro beni e soldi. Quasi sempre vengono chiamate le loro famiglie, chiedendo un riscatto per la loro liberazione. Se il riscatto non viene pagato i migranti vengono utilizzati per lavori forzati, in un commercio gestito localmente, in una zona in cui, dopo il crollo finanziario degli ultimi anni, le attività di contrabbando e la tratta di esseri umani sono diventate attività cruciali per l’economia. Un Paese dove procedure di registrazione dei rifugiati sono spesso “sorvolate” e i centri di detenzione sono carnai umani che eccedono di tre volte la capienza consentita, e si consumano sempre più spesso torture, stupri e lavori forzati.

 

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Venduti come schiavi. Quello che succede ultimamente è che, quando i centri diventano troppo affollati, i migranti vengono letteralmente venduti, per circa 400 dollari: qualcosa di più per le donne che, oltre che per i lavori forzati, possono essere usate anche sul mercato del sesso. Sembra che, oltre alle tante compravendite umane che si svolgono ogni mese, siano nove i “mercati ufficiali” sparsi per il Paese, alcuni in territori controllati direttamente dal GNA (Government of National Accord), il Governo di Accordo Nazionale appoggiato dalle Nazioni Unite. Niente di nuovo, purtroppo, salvo il fatto che questi moderni mercati degli schiavi, che certo esistono anche in altri paesi, si trovano all’aperto e si svolgono con naturalezza in un paese che ospita oggi – secondo le stime delle Nazioni Unite – tra 700mila e un milione di migranti.

 

 

Quali interessi ci sono dietro. La realtà disumana di torture, lavori forzati e vendita di schiavi nasconde un intreccio di corruzione, basato sulla complicità tra guardie costiere, autorità penitenziarie e trafficanti, che stanno approfittando della drammatica situazione dei migranti, bloccandoli nel Paese senza permettere loro di tentare la traversata verso l’Europa. I numeri parlano chiaro: tra luglio e novembre gli arrivi sulle coste italiane sono diminuite del 67 per cento, così come le morti in mare. Quello su cui la comunità internazionale non ha ancora riflettuto abbastanza sono le ragioni di questo “cambio di rotta”, dietro il quale, secondo alcune Ong e stando alle analisi ricavata dal report di Amnesty International appena pubblicato, ci sarebbero anche gli interessi dell’Unione Europea e dell’Italia, che avrebbero deciso di dare più spazio di manovra alle autorità libiche nell’intercettazione dei migranti in mare e nel successivo rimpatrio verso i centri di detenzione libici. Una decisione che risponde all’esigenza di limitare gli sbarchi in Europa, ma che non guarda alla tutela dei diritti umani dei migranti.

 

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E l’Italia? Per l’Italia, parte della Convenzione Europea dei diritti umani, la situazione della Libia è particolarmente rilevante, anche per la collaborazione tra la Marina Italiana e le autorità libiche per gestire la questione dei sbarchi sulle nostre coste. Molto difficile è, però, soprattutto dopo notizie come quelle dei mercati degli schiavi sul territorio libico, valutare a livello politico quale siano le azioni da compiere di fronte a navi cariche di migranti in procinto di sbarcare sulle nostre coste. Navi che dichiarano di avere a bordo bambini, malati e donne incinte, e che, una volta respinti o dati in mano alle autorità libiche, spesso finiscono in orribili campi di detenzione dove nessuna cernita è fatta per identificare chi avrebbe diritto allo status di rifugiato o alla protezione umanitaria, in un paese che non ha ratificato alcun trattato internazionale sui diritti umani.

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