Il domopack per non incicognarsi
Breve dizionario del gergo giovanile

Bella bro and sis! Come butta? Tutto una sbatta, vero? No, tranquilli, non siamo impazziti. Probabilmente, se frequentate degli adolescenti, avrete intuito che abbiamo provato ad usare un po’ il loro slang, il loro gergo. Perché se una volta ci si lamentava di come l’uso del latino fosse sempre meno conosciuto, oggi addirittura l’italiano sembra essere una rarità tra i giovani. Ma non passiamo a conclusioni affrettate: la lingua è materia plastica, elastica, in grado di trasformarsi di pari passo con il cambiare dei tempi. Il poeta Valerio Magrelli, a differenza di tanti suoi illustri colleghi, davanti a questo gergo per molti volgare, non si straccia certamente le vesti, anzi: afferma che anche questo è un modo per tenere una lingua mobile e viva.

La persona che, probabilmente, lo sa meglio di tutti in Italia, è Maria Simonetti, giornalista de L’Espresso, che per il linguaggio ha sempre avuto una passione. Negli Anni ‘60, a tavola, i suoi genitori, entrambi professori universitari, parlavano tra loro in latino. Non per non farsi capire, ma soprattutto per allenare i figli a comprendere il significato delle parole dalla radice. E così, probabilmente a forza di trovarsi costretta a tradurre vocabolari dal latino all’italiano, la Simonetti, da grande, ha deciso di crearne uno: quello italiano-slang, slang-italiano. Un vocabolario dedicato al linguaggio giovanile, alle invenzioni linguistiche a cui i giovani di varie parti d’Italia danno vita per comunicare tra loro. Questo viaggio linguistico della Simonetti è iniziato a fine Anni ’90 con un articolo per L’Espresso, e, dal 2001, è diventato un vero e proprio lavoro, con il blog aperto sul sito dello stesso giornale, in cui riporta settimanalmente le dritte dei lettori, teen o meno. Da quel blog, oggi, è nato un libro: Slangopedia – Dizionario dei gerghi giovanili, edito da Stampa Alternativa. L’introduzione è a firma del poeta già citato pocanzi, ovvero Valerio Magrelli. È lo stesso Magrelli a dare una prima classificazione di massima dei nuovi lemmi in alcune categorie. Cerchiamo di fare lo stesso.

 

 

Pigrizia abbreviativa. È la categoria forse meno ardita e più comune. I giovani, oggi, sono spesso portati ad abbreviare il più possibile, sia le parole che i concetti. Colpa della tecnologia, che ha portato ad abbreviare intere frasi (chi non conosce “tvb”, ti voglio bene?) pur di non doverle scrivere per intero nei messaggi, ma anche dell’eterna fretta con cui scorrono le nostre giornate. Ecco alcuni termini facenti parte di questa categoria:

Tranqui = tranquillo;

tranqua = tranquilla;

brenso = breve ma intenso;

jamairo = già m’hai rotto;

esa = esaurito;

rere = relata refero, ovvero riporto ciò che mi è stato riportato;

vaitra = crasi che sta per vai tranquillo/a;

 

I francesismi dello slang. Magrelli, nella sua analisi, trova che tra le varie differenziazioni delle espressioni in uso oggi tra i ragazzi, ce ne sono anche alcune che si rifanno, indiscutibilmente, al modello francese del verlan, cioè un gergo caratterizzato da composti ottenuti per inversione sillabica. Del resto lo stesso termine verlan significa à l’envers, ossia al contrario. Ecco alcuni di questi “francesismi”:

zaca = casa;

drema = madre;

nogra = grano;

grone = negro;

sgafi = sfiga;

 

Acronimi. Da buoni conoscitori della lingua italiana (o almeno così ci piace pensare), i nostri giovani hanno fatto loro anche diversi acronimi, ovvero termini nati dalle iniziali di intere frasi:

alef = alto, lungo e fesso, usato a Taranto;

ctm = i cavoli (più colorito) tuoi mai?

Milf = un inglesismo, che sta per “mother I would like to fuck”, cioè madre che mi porterei a letto volentieri;

mom = detto emme-o-emme, in uso a Napoli per indicare un oggetto tarocco comprato per strada, letteralmente “miezz ’o mercato”.

 

Metafore della vita. Meraviglioso è poi il modo con cui i giovani hanno imparato a usare le metafore, ovvero la sostituzione di certe entità attraverso altre, comunque in grado di rendere l’idea. Su tutte, quelle più usate e fantasiose sono quelle inventate per indicare il preservativo:

pigiamino = profilattico;

impermeabile = profilattico;

domopack = profilattico (la più bella, forse).

 

 

Sineddoche o metonimie. Ma non pensate che la conoscenza delle figure retoriche dei giovani di oggi si fermi alla semplice e un po’ banale metafora. Anzi, si va ben oltre: sineddoche e metonimia, infatti, sono assai usate. Emblematico è un caso:

zainetto = ragazza delle superiori, solitamente con cui si ha una tresca amorosa. In questo caso la sineddoche è evidente: c’è il trasferimento di significato da una parola a un’altra in base a una relazione di contiguità intesa come maggiore o minore estensione, usando per esempio il nome della parte per quello del tutto o viceversa (zainetto per studentessa appunto). Ma la stessa parola può essere anche giustamente considerata una metonimia: trasferimento di significato da una parola a un’altra in base a una relazione di contiguità spaziale, temporale o causale, in questo caso del simbolo per la cosa designata.

 

L’uso dei nomi propri. In questo fantastico mondo del linguaggio giovane, anche i nomi propri acquisiscono un’importanza decisamente fuori dal normale. Ciò avviene in due modi: o attraverso un significato individuato nel nome prescelto, o nella sonorità dello stesso. Ecco alcuni esempi per renderci più chiare le idee:

Guido = autista di autobus (Genova). È uno dei casi rientrati nella prima modalità di uso dei nomi propri, ovvero quello di dare un significato preciso al nome scelto. Il motivo per cui sia stato scelto proprio quel nome è un mistero;

Baglioni = si usa come un commiato quando si sta per andar via: “Faccio come Baglioni, mi levo dai… ”. Evidente la scelta del nome fatta per la sua sonorità.

Jack = cosa da restituire al suo legittimo proprietario: “Si chiama Jack, la usi e torna back”. Anche qua l’elemento fondamentale è il suo suono. In questo caso, Jack ha di fatto sostituito l’uso del nome Pietro (“si chiama Pietro, torna indietro”), considerato retaggio di un linguaggio vecchio e passato;

Bogartare = trattenere troppo uno spinello. Il termine deriva dalla canzone di Willie Nelson, «Don’t bogart that joint, my friend, pass it over to me», colonna sonora del film Easy Rider. Il verbo allude all’attore Humphrey Bogart, che usava tenere la sigaretta perennemente in bocca, penzolante dalle labbra;

fare il Taricone = pavoneggiarsi, in uso soprattutto nei primi anni del 2000, quando Pietro Taricone era diventato un emblema nazionale dopo la sua partecipazione alla prima edizione del Grande Fratello;

fare il Vincenzo = fare il finto tonto, riferito alla canzone di Alberto Fortis Vincenzo io ti ammazzerò.

 

 

L’ingegno al potere. Per chiudere al meglio, vogliamo offrirvi una panoramica su quei termini più particolari e divertenti, nati dall’ingegno delle nuove generazioni e in grado di raccontare il mondo da un punto di vista quantomeno nuovo per noi, abituati al caro vecchio italiano. Per un’analisi approfondita c’è il libro di Maria Simonetti.

Sciallo = tranquillo;

branda = tipo enorme e ben piazzato;

trescare = avere una relazione leggera, senza impegno;

sbalconato = soggetto completamente fuori di testa;

cangurare = saltare per la paura, evitare qualcosa;

citofonarsi = chiedersi i cognomi;

fare vento = scappare;

incicognarsi = rimanere incinta;

scellone = persona molto alta, le cui ascelle sovrastano le teste altrui. Termine molto in voga in Campania;

kinder cereali = adolescente con molti brufoli (Campania);

moka = uno che russa forte (Roma);

limone = ragazzo che si circonda di cozze, cioè donne brutte (Bari);

misto scogliera = ragazzo che si circonda di cozze, cioè donne brutte (Genova);

garzare = girare attorno a una ragazza, provarci (Prato);

archiviarsi = andare a dormire (Vicenza);

conigliare = farsela sotto, avere paura (Parma);

profiterol = persona che se ne approfitta in amore (Rovereto);

T-Rex = tirchio.