Il tremendo calvario del ragazzo
caduto nella fontana degli Alpini

Chi ha tentato di uccidere Abdelmajid Kassoudi? Chi si è avvicinato a quel corpo, immobile nel suo letto di ospedale, per praticargli un’iniezione di insulina che lo ha relegato allo stato vegetativo? Lui, allora ventunenne, tetraplegico dopo un tuffo nella fontana del piazzale degli Alpini. Secondo il tribunale c’è ancora qualche speranza di poter determinare chi quel giorno ha impugnato la siringa coma un’arma: la scorsa settimana il giudice delle indagini preliminari Tino Palestra ha respinto la seconda richiesta di archiviazione presentata dal pubblico ministero Maria Cristina Rota, titolare dell’indagine per il tentato omicidio del giovane. Due gli indagati: Mohammed Kassoudi e Zahra Azib, i genitori di Abdelmajid. Ad opporsi alla richiesta della Procura, il tutore legale del 23enne, l’avvocato Cristina Pizzocaro. Secondo la quale, infatti, ci sarebbero degli elementi che, valutati nel loro complesso, potrebbero permettere di stabilire chi ha praticato l’iniezione al ragazzo. Cosa che invece il pm ha escluso: in base alle indagini svolte finora, gli elementi raccolti non consentirebbero di risalire a chi voleva uccidere il giovane marocchino. Una cosa è chiara, netta e certa per tutti: qualcuno lo voleva morto.

La storia di Abdelmajid Kassoudi è triste e complessa. Nel giugno 2014, l’ultimo giorno di scuola, il ragazzo si trovava al piazzale degli Alpini. Gli studenti delle scuole superiori della zona, euforici per l’inizio delle vacanze, festeggiavano entrando nell’acqua della grande vasca della fontana. Abdelmajid aveva deciso di imitarli e si era tuffato, finendo contro uno dei tubi da cui sgorgava l’acqua e perdendo conoscenza. Un’ambulanza lo aveva portato immediatamente all’ospedale Papa Giovanni XXIII, dov’era stato stabilizzato e ricoverato per un paio di mesi in Rianimazione, paralizzato dal collo in giù.

Alla fine del mese di agosto il 23enne era stato trasferito alla Casa degli Angeli di Mozzo per tentare una riabilitazione. Se lo ricorda bene il direttore della struttura, Guido Molinero: «Quando è arrivato qui abbiamo spiegato a lui e ai suoi genitori che non avrebbe più recuperato la mobilità. Lui era rassegnato e depresso, lo abbiamo sostenuto anche con un supporto farmacologico antidepressivo, dato che non riusciva a parlare con lo psicologo». Il giovane infatti era tracheotomizzato, aveva una cannula in gola che gli rendeva difficile esprimersi. «Quando era da noi parlava poco – ricorda il dottor Molinero –, era molto legato a sua sorella che viveva in Marocco. Era anche riuscito a dirle qualche parola al telefono». Il personale della Casa degli Angeli si era attivato per aiutare la famiglia, come spiega il direttore: «Loro abitavano a Ciserano, così avevamo contattato i Servizi sociali del Comune per chiedere assistenza per il ragazzo e i suoi genitori». Mohammed Kassoudi e sua moglie andavano a trovare il figlio ogni giorno.

Anche quella sera di ottobre in cui al ragazzo è stata praticata l’iniezione che poteva costargli la vita. Insieme ai genitori c’erano anche gli zii di Abdelmajid. Quando lo hanno salutato e sono andati via, le condizioni del 23enne sembravano normali. Invece normali non erano: «La dose di insulina che aveva in corpo gli ha provocato un’ipoglicemia prolungata, con relativo danno ischemico e metabolico, tanto che è andato in coma e non si è più risvegliato», spiega il medico. Il sospetto che qualcuno avesse voluto uccidere il giovane marocchino si era fatto concreto nel momento in cui i medici avevano trovato nel suo corpo dell’insulina, che a lui non era stata prescritta. Così la Procura aveva avviato un’indagine e i sospetti erano subito ricaduti sui genitori del 23enne, dato che il padre, diabetico, faceva uso del farmaco. «Tutto il personale infermieristico e medico in servizio quella notte e il giorno seguente, era stato sentito, ma non era emerso nulla – racconta il direttore -. Non si trattava di un errore medico, primo perché il paziente non necessitava di insulina e secondo perché una dose tanto elevata non era terapeutica, avrebbe stroncato chiunque, anche una persona che assumeva regolarmente il farmaco per curare il diabete. Era una dose chiaramente letale. Qualcuno lo voleva uccidere». Chissà, forse un gesto estremo per alleviare le sue sofferenze, o forse era stato proprio Abdelmajid a chiederlo? «Non lo so. Può anche darsi, ma proprio non lo so», conclude Guido Molinero.

La sostanza era quindi stata somministrata a scopo di omicidio? Chi teneva in mano quella siringa? A queste domande il pm aveva cercato di rispondere disponendo una consulenza medico-legale, attraverso la quale era riuscita ad accertare che il reato era stato commesso: tentato omicidio. Ma l’indagine dopo qualche mese si era arenata, non si riusciva a stabilire chi fosse il responsabile. I due indagati avevano sempre negato ogni coinvolgimento nella vicenda e nemmeno le “cimici” nascoste nella stanza del ragazzo per carpire le conversazioni in arabo tra i due coniugi, avevano portato risultati. Così il pm aveva deciso di chiedere l’archiviazione del caso, ma il tutore legale della vittima si era opposto. Il gip Raffaella Mascarino aveva accolto l’istanza dell’avvocato, disponendo altri sei mesi di indagini e suggerendo di disporre una consulenza medica e di acquisire la cartella clinica del ragazzo. La Procura, dopo aver eseguito quanto disposto dal gip e ritenendo di non poter svolgere ulteriori accertamenti utili, ha chiesto nuovamente che il fascicolo fosse archiviato.

Ma anche questa volta il tutore e l’avvocato Simona Prestipino, che difende la vittima, si sono opposte. Il legale in udienza ha chiesto che il caso venisse valutato nel suo insieme, acquisendo anche i dati clinici delle prime ore dopo che il ragazzo era entrato in coma. I medici della Casa degli Angeli avevano infatti chiesto ai colleghi del pronto soccorso del Papa Giovanni di effettuare delle analisi specifiche, tanto che erano riusciti a stabilire sia la dose che l’ora della somministrazione dell’insulina. Tutti questi dati, valutati insieme a quelli prodotti dalle indagini, potrebbero stabilire chi è il colpevole. Che, come ha scritto il gip Palestra nel dispositivo, non è «chissà chi», e non ha commesso il reato «chissà quando, chissà come e chissà per quale ragione».

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