Il canale navigabile di Dalmine
da sempre rimasto… in secca

Una storia enigmatica, surreale, fantastica, che è lievitata e si è fatta grande finché non ha incontrato il duro muro della logica e, inutile negarlo, della crisi economica. È la storia di quel porto che, in un mondo ideale fatto di se e di ma, sarebbe dovuto nascere a Dalmine e rappresentare uno dei più importanti del progettato canale Ticino-Mincio-Po-Adriatico.

Il grande progetto del ’64. A riportare in luce un mistero che in pochi conoscono è il membro dell’associazione storica dalminese Enzo Suardi, che possiede un raro talento per la cura delle fonti, nonché una spasmodica passione per le pieghe nascoste e irrisolte della storia. Suo è infatti il malloppo di articoli di giornali datati 6 settembre 1964, dove si annunciano con grande entusiasmo le «navi di oltre 1000 tonnellate che attraccheranno al porto di Dalmine». L’idrovia, secondo le fonti, sarebbe costata 137 miliardi, un ostacolo economico da superare entro i nove anni successivi, e che in compenso avrebbe regalato nuovo impulso all’economia della provincia: «Consentirà ai bastimenti di raggiungere, attraverso le zone industriali della Lombardia, i ponti dell’Africa settentrionale. Per iniziare i lavori si attende soltanto l’approvazione governativa».

 

 

La crisi degli Anni Settanta. Un passaggio fondamentale che, però, non arriverà mai. Colpa della crisi degli Anni Settanta, forse, che come una scure ha colpito la salute delle casse del Paese. O colpa di un progetto eccessivamente ambizioso, che veniva fin da subito concepito senza alcun appiglio al reale. Eppure, tante erano le voci che gridavano alla necessità di quell’opera, tra le quali la penna del Corriere della Sera, Alberto Grisolia, che sottolineava lo stato insostenibile delle strade sempre più ingolfate, per non parlare «delle ferrovie e della costosa manutenzione a esse connessa, o dell’impossibilità per i servizi aerei di raggiungere una vera e propria capillarità». Laddove oggi, ogni mattina, gli automobilisti si contendono con fare agguerrito la precedenza agli incroci, sarebbe dunque dovuto correre uno spesso fiotto d’acqua che avrebbe reso il territorio dalminese ancora più complesso. Il progetto, che secondo l’articolo aveva già raggiunto l’ok dei generici piani alti, si sarebbe tradotto nella soluzione alla viabilità e avrebbe consentito alle aziende locali di restare competitive a livello nazionale.

 

 

Tutto si è perso nel nulla. Tutto sembrava ormai pronto, l’entusiasmo di tutti era alle stelle, soprattutto delle imprese interessate, tra cui l’Italcementi, la Dalmine, l’Italsider. Finché i discorsi formulati al futuro, pian piano, hanno preso la strada del condizionale, e da lì, quella del silenzio. Si è tornati a parlarne diversi anni dopo. Su BergamoSette, l’8 settembre del 2000, si scrive per esempio che «il progetto del porto di Dalmine era molto in voga nella metà degli anni Sessanta, sembrava un passo ormai prossimo a venire. Ma si trattava di un’idrovia destinata a rimanere in secca». Peccato dunque, che di quell’impresa fantastica si parli ora con lo stesso freddo scetticismo che si dedica ai sogni cui non si è avuto tempo o voglia di credere.

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