Shin Dong-Hyuk, il caso mediatico
e le sue bugie sulla vita in prigionia

Ci eravamo cascati anche noi. O meglio, ci erano cascati un po’ tutti. Ebbene sì, la storia di Shin Dong-Hyuk, l’uomo che era riuscito a fuggire da un campo di prigionia del governo nordcoreano, sarebbe in parte da rivedere: Shin, che ha ritrattato solo in parte la sua storia, ha comunque spiegato che svariati elementi chiave del suo racconto sono parzialmente veri mentre altri sono stati “ritoccati” con il passar del tempo tempo.

Da diversi anni, Shin gira il mondo raccontando la sua drammatica vicenda personale, diventata un caso mediatico dopo la pubblicazione di Camp 14, un documentario sulla sua storia realizzato dal regista Marc Wiese, e il libro Fuga dal Campo 14 (Codice Edizioni, 2014), divenuto in breve tempo un bestseller tradotto in 27 lingue. Dopo mesi trascorsi davanti ai microfoni di mezzo mondo, il 17 gennaio, con un post sulla sua pagina Facebook ufficiale, ha dichiarato però di aver modificato alcuni dettagli di quanto narrato, nel tentativo per mantenere un distacco con il suo passato e non essere costretto a rivivere un momento difficile della sua vita. Così, Shin ha chiesto scusa per aver alterato i fatti e ha aggiunto che probabilmente non parteciperà più alle campagne per i diritti umani in Corea del Nord.

Il vero problema adesso è che con la sua ammissione rischia d’indebolire anche altre testimonianze emerse in questi anni, utilizzate a supporto della campagna per i diritti umani nel Paese (attualmente, a livelli atroci).

 

[Qui il post su Facebook con la dichiarazione]

 

La storia. Vera o non vera, riproponiamo la sua storia, per chi se la fosse persa nei mesi passati. Secondo quanto ha sempre raccontato, il 32enne nordcoreano sarebbe nato il 19 novembre 1982 nel Campo 14 di Kaechon e vi sarebbe rimasto fino a dieci anni fa, data della sua fuga riuscita. «Il mio primo ricordo – racconta Shin Dong-Hyuk, – avrò avuto quattro anni, è un’esecuzione. Quel giorno ero con mia madre. Ci siamo infilati tra la folla, io mi sono fatto largo tra le gambe degli altri detenuti. Per raggiungere la prima fila. Di fronte alle guardie con le armi puntate, c’era un uomo legato a un palo. Per evitare che urlasse, maledicendo magari il governo nordcoreano, gli avevano riempito la bocca di sassi. Poi ricordo un paio di colpi, la morte dell’uomo e il silenzio». Il silenzio. È proprio questo l’atteggiamento che vive nel campo accanto alla fatica del lavoro. Ma il silenzio ogni tanto poteva essere interrotto, per vestire i panni della spia: la regola non scritta ma da molti vissuta nel campo era crudele, spiccia: «Ogni testimone che non denunci un tentativo di fuga sarà ucciso all’istante». E così, quando una notte Shin sentì la madre e il fratello parlare di un piano per scappare, rivelò il loro progetto ai soldati condannandoli così a morte certa.

 

 

Tutto questo fino a quando, un giorno, nel campo arriva un nuovo prigioniero, Park. A differenza di Shin, nato e vissuto nel lager, Park, prima di esser catturato e imprigionato, era stato un uomo libero. E ha storie sulla vita al di là del filo spinato, a cui Shin fatica a credere, tra stupore e desiderio di libertà. Così progettarono insieme una fuga. È il 2 gennaio 2005. I due si mettono d’accordo: mentre sono di turno per la raccolta della legna, attendono il momento del cambio della guardia. Hanno pochi minuti a disposizione. Park scatta per primo ma, scavalcando il recinto, muore fulminato. Shin allora usa il suo corpo come una sorta di messa a terra e passa dall’altra parte. Arriva al confine con la Cina dopo mesi di viaggio. Corrompe le guardie e abbandona il Paese. Dopo alcuni anni raggiunge il consolato della Corea del Sud e si trasferisce a Seul.

La nuova rivelazione. Come ha ben spiegato il Post non sono poche le smentite da parte di Shin circa la storia raccontata. Per esempio, la denuncia nei confronti della madre e del fratello, quella che è costata loro la vita, non è mai stata pronunciata: secondo la sua nuova versione, infatti, lui e la sua famiglia vivevano in due campi separati, con pochissimi momenti di contatto. Anche la tortura all’età di 13 anni, dopo che le guardie avevano scoperto un suo piano di fuga, non corrisponde del tutto alla realtà: la tortura ci fu, ma in seguito a reiterate fughe, con conseguente rimpatrio dalla Cina alla Corea.