Quando in chiesa restano le copie
Il mistero delle tavole di Lepreno

Nell’estate del 1984 balzò all’onore delle cronache il ritrovamento nel Fosso Reale di Livorno di tre sculture attribuite allo scultore Amedeo Modigliani, di cui in quel periodo ricorreva il centenario della nascita, con relativa mostra. Si trattò, come molti ricordano, di una burla semplice e riuscita, che vide protagonisti un artista “vero” (Angelo Froglia) e tre giovani in vena di scherzi, autori l’uno di due sculture e gli altri di una testa creata con trapano, scalpello e cacciavite. Una beffa che coinvolse l’establishment della critica d’arte, frettolosamente prodiga di commenti dotti ed estasiati da parte di propri esponenti di primo piano.

Un caso per certi versi analogo, ma certamente meno conosciuto, riguarda la Bergamasca, e in particolare il polittico cinquecentesco di Francesco di Simone da Santacroce, destinato alla parrocchiale di Lepreno, comune autonomo sino al 1798, oggi frazione di Serina. Una storia incredibile, riassunta negli ultimi mesi da un competente saggio dell’esperto Roberto Belotti, pubblicato sul sedicesimo volume de I Quaderni Brembani, bollettino del Centro Storico Culturale Valle Brembana Felice Riceputi, edito da Corponove.

Raccontando da subito la fine della storia, va detto che il polittico di Lepreno oggi è in mostra nelle sale dell’Accademia Carrara, mentre nella chiesa del piccolo borgo della Val Serina c’è solo una copia ottocentesca, realizzata da Giuseppe Rillosi. Si tratta di un pittore e restauratore bergamasco, ricordato proprio per le sue doti mimetiche da Maria Cristina Rodeschini nel primo volume de I Pittori Bergamaschi dell’Ottocento, dove cita il caso anche dell’opera della parrocchiale di Spino al Brembo, pure alla Carrara con copia nel paese d’origine.

 

 

«Tutto comincia nel 1506 – scrive Belotti – anno in cui il pittore Francesco di Simone da Santacroce pone la sua firma su un polittico destinato alla chiesa parrocchiale di Lepreno. Francesco di Simone, pur entrando nelle cronache della pittura veneziana anziano negli anni, ha saputo guadagnarsi una fama che vive tuttora in un apprezzamento sempre più diffuso. Il polittico (dipinto a Venezia, ndr) in origine si componeva di tre tavole e una lunetta. Noi seguiremo il destino delle tre tavole eseguite per la chiesa parrocchiale di Lepreno (o Leprenno come si diceva allora) dedicata a San Giacomo apostolo il Maggiore e Sant’Alessandro martire. Un trittico, dunque, composto di figure intere su uno sfondo di paesaggio continuo realizzate con colori a olio su tavola: nel mezzo troviamo San Giacomo il Maggiore (cm 59,4 x 124,7), a sinistra San Giovanni Battista (cm 49 x 122), a destra Sant’Alessandro martire (50,5 x 123,5). Risultano convenientemente raffigurati i due patroni di Lepreno – Giacomo e Alessandro – e il Battista, santo titolare della chiesa di Dossena matrix Vallis Brembana e da cui Lepreno si staccò nel 1190».

«Capitò – aggiunge Belotti – che, correndo il secolo diciannovesimo, il trittico di Francesco di Simone da Santacroce venne portato in restauro nello studio di un rinomato pittore di Bergamo. L’artista, in quel frangente, volendo procurarsi una copia del complesso pittorico restaurato, ridipinse con ogni accortezza ognuna delle tre tavole. I leprenesi, al momento del ritiro dei quadri, nel timore di essere ingannati, pretesero di portarsi a casa le copie realizzate dal pittore: esse, infatti, risultavano assai più appariscenti ai loro occhi e quindi, secondo il loro intendimento, dovevano sicuramente essere gli originali. Fu cosi che le copie delle tavole – i falsi Santacroce in buona sostanza – presero la strada di Lepreno mentre le tavole veneziane, restaurate, rimasero a Bergamo». Addirittura uno dei tre dipinti (quello raffigurante San Giovanni Battista) nella versione fake di Rillosi era su tela e non su tavola.

 

Polittico originale all’Accademia Carrara

 

L’accurato studio di Roberto Belotti prese il via due anni fa in occasione della giornata di studi I Santacroce. Una famiglia di pittori del Rinascimento a Venezia, organizzata il 15 ottobre 2016 a San Pellegrino Terme. Un’iniziativa che ha avuto il merito di promuovere o lo studio e la conoscenza di questa stirpe di artisti, ai quali, secondo Belotti «si può legittimamente assegnare un ruolo non secondario nella costruzione del percorso veneziano di Palma il Vecchio, nato a Serina verso il 1480». Lo scorso anno (proprio a seguito del convegno) è stata presentata al master dell’Ecole du Louvre di Parigi la tesi di Flore Brizé Le Lion dedicata a Girolamo da Santa Croce.

«Con ogni probabilità – sottolinea Belotti – la fonte primaria della notizia dei quadri scambiati è da individuare nei manoscritti di Elia Fornoni, conservati nell’archivio della Curia vescovile di Bergamo. Nelle carte del fondo Manoscritti Fornoni, che comprende 82 registri ricchi di annotazioni storico artistiche concernenti il territorio bergamasco, Fornoni ripercorre alcuni passaggi della storia di Lepreno, “uno dei più antichi villaggi della valle”, e si sofferma sull’oggetto del nostro interesse, cioè il trittico di Lepreno, che definisce “un’opera accurata e bellissima”».

«Nella parrocchiale di Lepreno – scrisse Fornoni – eravi un trittico su tavola coi SS. Alessandro, Giacomo e Giovan Battista colla firma. Oggi non vi è che una copia fattane da Giuseppe Rillosi e l’originale vedesi nella nostra Accademia dono del signor Giovanni Piccinelli. È curioso il modo pel quale questo bel dipinto giunse alla nostra Accademia. Avendo io scritto che quando quei di Lepreno si presentarono dal Rillosi per ritirare la pala che gli era affidata da restaurare, vista una riproduzione di essa non furono persuasi che l’originale fosse quello che gli indicava e credendo li si volessero ingannare, pretesero fosse loro consegnata quella più appariscente e che era la copia. L’originale restò così al pittore che lo vendette al signor Antonio Piccinelli. Quando il signor Giovanni, nipote ed erede del signor Antonio, seppe la verità dal mio asserto, donò questa pala all’Accademia».

 

Le tre copie nella chiesa di Lepreno

 

Quella delle tavole di Lepreno è una storia che da decenni accende qualche ironico sorriso fra gli esperti. Belotti però non crede alla versione semplicistica dell’ingenuo inganno autolesionista, e ipotizza invece uno stato di necessità, in quegli anni, della parrocchia di Lepreno. «Prima di tutto – scrive Belotti – va detto che i buoni parrocchiani disponevano pure del loro prevosto, avveduto e responsabile, al quale non sarebbe di certo stato facile far digerire uno scambio cosi a buon mercato. In secondo luogo gli stessi leprenesi, se davvero fossero stati messi sull’avviso del fatto che rischiavano di portarsi a casa delle copie, qualche azione di approfondimento di certo l’avrebbero messa in opera. Visto, oltretutto, che avevano spedito a Bergamo tre tavole e si ritrovavano restituite due tavole e una tela! Solo penetrando nelle pieghe di un secolo di pessima fama come fu il diciannovesimo, così come ce lo raccontano le cronache del nostro circondario, si può forse giustificare lo scambio delle opere di Francesco di Simone e archiviarlo con il timbro di sacrificio necessario».

Per confermare tale tesi, Belotti ricorda per esempio le peripezie seguite alla tentata vendita da parte della parrocchia di Lepreno, nel 1862, di due tavole con San Sebastiano e San Rocco (oggi disperse) attribuite forse erroneamente a Palma il Vecchio. A muoversi furono allora il prevosto di Lepreno Giovan Battista Mainetti e il pittore Angelo Ceroni di Albino, offertosi come intermediario. A bloccare la cosa fu una circolare di quell’anno del Governo della Provincia, che (richiamandone un’altra del 1861) di fatto generò gli obblighi di legge tuttora vigenti. «Ebbe sentore il Governo Provinciale – si leggeva – che alcune Fabbricerie si permettono di alienare quadri, ed altri oggetti di belle arti delle rispettive Chiese, senza la Superiore autorizzazione. Egli trova perciò opportuno rammentare alle stesse… le disposizioni emanate dal Governo Italico… in forza delle quali esse non debbono assolutamente permettersi l’alienazione di alcun quadro, o statua, o di altro qualunque siasi oggetto di belle arti se prima, dietro giudizio di merito non venga, colle solite cautele di buona economia, concessa dal Ministero». Ed è un invito che resta ancor oggi di assoluta attualità.

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