Chi ci guadagna coi migranti
I conti in tasca a Ruah e Caritas

La Cooperativa Ruah è nata nel 2009 dopo circa vent’anni di attività nel settore dell’accoglienza degli immigrati giunti sul territorio italiano. Dal 2011, quando è scoppiata la crisi in Nord Africa, la Ruah s’è ulteriormente specializzata, diventando la più grande realtà del settore nella bergamasca, gestendo, anche per conto di Caritas, 1.550 richiedenti asilo sui circa 2.300 presenti in tutta la provincia. Nel 2015, le entrate complessive della Ruah sono state pari a 4.852.578 euro, di cui 3.661.890 derivanti dall’accoglienza. Nel 2011, questa voce di bilancio rappresentava solamente il 29 percento (pari a 764.495 euro) delle entrate, mentre nel 2015 il 58 percento. «E nel 2016 questa percentuale salirà ulteriormente» spiega Bruno Goisis, direttore della cooperativa. Al suo fianco c’è anche Francesco Bezzi, responsabile dell’area migranti in Caritas.

Di questi soldi, quanto rimane in tasca a voi?
Goisis: «Nel 2015 il nostro guadagno è stato di oltre 82.300 euro. Ma nel 2016 credo andremo sopra i centomila».

Per ogni migrante voi prendete dallo Stato 32,50 euro (2,50 euro vanno direttamente al richiedente asilo). Moltiplicando questa cifra per i 1.550 soggetti di cui vi occupate, fanno 50mila euro al giorno. Un’enormità.
Goisis: «È vero, ma ogni giorno abbiamo duecento persone che lavorano, retribuite, per noi e Caritas. In più ci sono i costi degli affitti delle strutture non di proprietà, le utenze, i fornitori».
Bezzi: «Qua a Bergamo abbiamo scelto di mantenere anche per l’accoglienza straordinaria il sistema ordinario, il cosiddetto SPRAR, che ha requisiti e livelli minimi molto alti in termini qualitativi. Ed è il modello che ora anche il Governo sembra voler attuare su scala nazionale. Però costa molto».

 

Giugno 2016, festa per i 25 anni di Ruah.

 

Quanto, sinceramente?
G.: «È difficile fare un calcolo sul singolo individuo. Vi posso dire che noi abbiamo anche strutture in perdita. Ma sapete quanta gente, ogni giorno, ci contatta per speculare sull’accoglienza? Ci offrono magari un appartamento con due stanze da letto. Allora chiediamo per quante persone è l’abitabilità e la risposta è sempre di un pressapochismo imbarazzante. Ci dicono che i letti a castello si possono anche mettere in sala… Ma vi pare normale? Quello è lucrare sull’accoglienza».
B.: «Noi poi abbiamo anche molte spese aggiuntive che non sono inserite a bando».

Ad esempio?
G.: «Il bando dice che “è consigliabile” prevedere corsi d’Italiano: noi li prevediamo sempre e comunque. E poi abbiamo, fuori bando, l’assistenza fissa di due infermiere che rappresentano una grande spesa ma sgravano enormemente il servizio sanitario nazionale. Nel 2016 è stato calcolato che grazie a loro abbiamo evitato più di mille accessi ai medici di base e oltre trecento al pronto soccorso. E poi abbiamo tutti i costi legati, ad esempio, alle assicurazioni per i richiedenti asilo che accettano di fare attività di volontariato. Sono tutti costi rientranti nei trentacinque euro al giorno, ma in realtà extrabando».

Ma c’è una rendicontazione di tutto questo?
G.: «Noi sappiamo come spendiamo questi soldi, ma lo Stato non chiede alcuna rendicontazione».
B.: «Non è richiesta dal bando».

Quindi voi potreste offrire cibo pessimo, stipare i richiedenti asilo in una stanza e guadagnare di più.
G.: «È questo il problema! Non si può imputare a noi una mancanza che invece è dello Stato. Noi, tra l’altro, riceviamo moltissime ispezioni: Asl, Vigili del fuoco, Prefettura, è venuto addirittura l’Alto Commissario delle Nazioni Unite. E quando viene l’UNHCR non parla con me, ma direttamente con gli ospiti delle strutture. Sta un giorno intero e controlla tutto. Tutto».

 

Bruno Goisis, direttore della Cooperativa Ruah.

 

E cosa chiedete allo Stato?
G.: «Che le regole siano uguali per tutti. A noi sta benissimo che venga chiesta una rendicontazione specifica, ma deve valere per tutti e per tutti i settori, non soltanto per l’accoglienza degli stranieri. Perché se no è la dimostrazione che il problema è il soggetto e non l’attività».

Perché gestite così tanti migranti?
G.: «È stata una scelta di Caritas per rispondere a un’emergenza del territorio».
B.: «Il problema è che altre realtà, come molti Comuni, si sono tirate indietro e quindi la Chiesa ha dovuto farsi carico della situazione. E la Ruah ci aiuta perché ha una grande esperienza in questo settore. Ma piano piano sono sempre di più le cooperative che si stanno mettendo in gioco».

Quante strutture gestite oggi solo in città?
G.: «Quattro grandi, cioè il Gleno, Castagneta, BergamoTv e Casa Amadei. Poi abbiamo alcuni appartamenti in accoglienza diffusa, a Santa Lucia, Monterosso, Loreto e Sant’Anna».

C’è un ampio ricambio di ospiti?
B.: «Ogni settimana ci sono una decina di persone che escono e quindi una decina di posti che si liberano».
G.: «Sì, perché magari qualcuno ottiene lo status, altri semplicemente decidono di lasciare Bergamo».

Mediamente quanto rimane in una vostra struttura un richiedente asilo?
G.: «È difficile fare una media, ma la maggior parte a lungo. Tenete conto che a Casa Amadei abbiamo ancora ospite il primo profugo che arrivò con l’ondata migratoria del 2014. È qui dal marzo di quell’anno».

Com’è possibile?
G.: «È ancora in attesa di risposta alla domanda di asilo».
B.: «Per intenderci, quelli arrivati nel 2014 hanno dovuto presentare domanda alla Commissione di valutazione che allora era a Milano, poi è stata spostata a Brescia e la pratica è slittata. Poi è stata aperta anche la Commissione di Bergamo, e la domanda è slittata nuovamente. E siamo già oltre l’anno di attesa. Poi, se la domanda viene respinta, c’è la possibilità del ricorso. Alcuni ricorsi si risolvono in fretta, altri invece paiono non ottenere mai risposta».

 

Francesco Bezzi, responsabile dell’area migranti in Caritas.

 

Nel 2011 avevate 56 dipendenti, nel 2015 erano 163. Siete cresciuti in maniera incredibile.
G.: «E nel 2016 siamo arrivati a 235 dipendenti, la maggior parte a tempo indeterminato».
B.: «Quasi tutti giovani, tra i 25 e i 30 anni. Cuochi, tecnici, personale per le pulizie ma anche tantissimi laureati, in Lingue o in Cooperazione internazionale».

Quindi state dando lavoro a una nuova generazione di bergamaschi?
G.: «In un certo senso sì. Stiamo dando loro un’occasione. Ma non solo: l’anno scorso il sistema dell’accoglienza, a livello nazionale, è costato quattro miliardi e trecento milioni. Di cui tre miliardi arrivati dall’Europa. Questi soldi, però, non vanno al migrante, ma neppure ad arricchire noi. Di fatto vengono reinvestiti sul territorio. Le persone che lavorano con noi non è che vengono da lontano, sono bergamaschi. Non solo: diamo lavoro ad aziende del posto, nostri fornitori, che per rispondere a queste esigenze assumono nuovo personale. La ricaduta economica sul territorio, dunque, è elevatissima».

Quindi la Lega sbaglia a contestare questo sistema?
G.: «La Lega ha ragione a dire che i tempi sono troppo lunghi e a dire che spesso i richiedenti asilo restano inattivi. Sbaglia però a dire che la soluzione è la non accoglienza. Inoltre, con Maroni ministro dell’Interno, noi prendevamo 45 euro a migrante, 10 euro in più di oggi. Poi Letta li ha diminuiti».
B.: «Secondo me la Lega sbaglia anche a strumentalizzare la questione migratoria per fini meramente politici. Perché poi, in realtà, sul territorio gli amministratori leghisti sono molto collaborativi con noi. Non c’è affatto chiusura. Però fomentare questa divisione tra “noi” e “loro” è un errore, perché non si può banalizzare questo fenomeno».

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