Il Papa sulle chiese dismesse
«Servano al dialogo e ai poveri»

«Il senso comune dei fedeli percepisce per gli ambienti e gli oggetti destinati al culto la permanenza di una sorta di impronta che non si esaurisce anche dopo che essi hanno perduto tale destinazione». Il tema è scottante, e così il Papa non ha voluto far mancare il suo messaggio all’appuntamento romano dedicato ai luoghi di culto “dismessi” dalla loro funzione originaria e in cerca di nuove destinazioni e funzioni. Il titolo del convegno internazionale, che si è tenuto questa settimana, era ben indicativo nella drammaticità della domanda che poneva: “Dio non abita più qui?”. Il riferimento è ai tanti casi come quelli che hanno fatto più scalpore: la chiesa trasformata in Night Club a Praga, quelle adibite a residenze di lusso a Utrecht o Notting Hill, i birrifici sparsi per l’Olanda con tanto di festival; e poi le chiese trasformate in locali di musica techno, ballerine, skate park, ristoranti vari.

 

 

Il Papa è stato molto chiaro nelle sue indicazioni. «Questa loro eloquenza originaria può essere conservata anche quando non sono più utilizzati nella vita ordinaria del popolo di Dio», ha scritto. E in che modo questo può avvenire? «In particolare attraverso una corretta esposizione museale, che non li considera solo documenti della storia dell’arte, ma ridona loro quasi una nuova vita, così che possano continuare a svolgere una missione ecclesiale». E poi ha avvertito: «L’insegnamento ecclesiale, pur inculcando il dovere di tutela e conservazione dei beni della Chiesa, e in particolare dei beni culturali, dichiara che essi non hanno un valore assoluto, ma in caso di necessità devono servire al maggior bene dell’essere umano e specialmente al servizio dei poveri».

Al convegno ha sollevato grande interesse soprattutto il caso tedesco: dal 2000 ad oggi sono state chiuse più di cinquecento chiese cattoliche, un terzo della quali è stato demolito e due terzi sono stati venduti o destinati ad altri scopi. Ma proprio dalla Germania sono stati presentati anche esempi di conversione di edifici nella direzione suggerita da papa Francesco. Ad esempio Albert Gerhards ha raccontato della Kunst Station Sankt Peter di Colonia e in particolare il centro culturale Dialogarum Krezung St. Helena a Bonn che è stato allestito in una «chiesa dismessa ma non ancora sconsacrata, di proprietà della parrocchia dove si incontrano protagonisti diversi dal punto di vista culturale e religioso, in uno spazio aperto ma all’interno del quale sono ancora presenti arredi liturgici e oggetti sacri quali l’altare di pietra e l’acquasantiera».

Sempre in Germania, ad Amburgo, è accaduto qualcosa di simile a quanto stava per maturare per la chiesa dell’Ospedale degli ex Riuniti di Bergamo: la Kapernaum Kirche, in questo caso luterana, è stata venduta nel 2012 alla comunità islamica. «Hanno apportato modesti cambiamenti architettonici esterni», ha speigato Albert Gerhards. «E durante il processo di trasformazione le due comunità sono entrate in dialogo. La Chiesa deve cambiare nella sua autocomprensione, e nelle relazioni con altre religioni e culture deve imparare dagli altri, uscire dal santuario e dal sagrato e vedere il proprio patrimonio con occhi nuovi».

 

 

All’appuntamento romano erano presenti i rappresentanti di ben 23 conferenze episcopali. A guidare i lavori era Nuno da Silva Gonçalves, rettore della Pontificia Università Gregoriana, l’università dei gesuiti che ospitava il convegno. Rispondendo alla domanda del titolo, il rettore ha detto: «Nonostante tutto Dio abita ancora nelle chiese che non sono più adibite al culto, ma in un altro modo che non è più la presenza che si manifesta attraverso la liturgia e la celebrazione dei sacramenti». Allora la sfida è quella di «far vedere questo altro modo, sicuramente più discreto e silenzioso, in cui Dio si fa presente». Creare condizioni che lo rendano «riconoscibile nella sua apparente assenza, nelle chiese che chiamiamo dismesse o sconsacrate».

Il Convegno ha annunciato la pubblicazione di Linee Guida a uso di tutte le conferenze episcopali. Chissà se tra i punti delle Linee Guida c’è anche questo suggerito dal Papa: «Nel Primo libro dei Maccabei si legge che, una volta liberata Gerusalemme e restaurato il tempio profanato dai pagani, i liberatori, dovendo decidere la sorte delle pietre del vecchio altare demolito, preferirono metterle da parte “finché fosse comparso un profeta a decidere di esse”».

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