Donne che riscattano le prostitute

Mercoledì 2 luglio i Carabinieri di Bergamo hanno effettuato 47 arresti di appartenenti a 5 gruppi criminali composti da romeni, albanesi e italiani dediti al favoreggiamento e allo sfruttamento della prostituzione di giovani donne rumene e albanesi nella provincia di Bergamo. Al vertice delle organizzazioni criminali c’erano i «proprietari» delle piazzole (luogo della prostituzione), che riscuotevano dagli sfruttatori, tramite altri esattori, fino a 350 euro settimanali per ogni ragazza.

Un avamposto di carità. A Bergamo c’è un piccolo drappello di donne che si prende cura di queste ragazze, condividendo con loro fatiche, traumi e ferite. Si tratta di tre semplici suore spagnole, Giusy, Soleda e Nieves. Queste religiose in abiti civili fanno parte dell’ordine delle Suore Adoratrici Ancelle del Santissimo Sacramento e della Carità e da diversi anni accolgono in casa ragazze e donne che finiscono sulla strada. Con loro cercano di iniziare il percorso di una nuova vita. Assieme a tre collaboratori gestiscono la fondazione Kayros. Fino ad oggi hanno accolto 158 ragazze, al momento ne stanno ospitando cinque.

Nieves è la superiora, una donna energica che va diretta all’essenziale: «L’aiuto a queste ragazze è uno dei primi punti del nostro statuto. Loro sono le predilette del regno dei cieli, lo dice Gesù: “I pubblicani e le prostitute entrano prima di voi nel regno di Dio (Mt 21, 31)”. Noi stiamo vivendo con le persone che Cristo ha preferito».

Tutto è iniziato nel 1995. Fino a quel momento, le tre suore si occupavano di uno studentato femminile a Bergamo, in via Ghislanzoni, dove le studentesse delle valli bergamasche trovavano ospitalità durante il periodo scolastico. «In quel periodo ci siamo accorte di come si stesse  diffondendo la prostituzione nell’hinterland di Bergamo (Dalmine e dintorni, Zingonia, Urgnano, Lallio). Così ci siamo domandate se avesse senso continuare a occuparci dello studentato e lasciare sole queste ragazze che avevano bisogno di una mano».

Dopo aver contattato la Caritas diocesana e il patronato di San Vincenzo, le suore hanno deciso di chiudere il pensionato. Il Vescovo di allora, Roberto Amadei, sosteneva volentieri iniziative “di frontiera”. Fu lui stesso a rivolgersi al Patronato, al tempo diretto da don Serafino Minelli, e a chiedergli di offrire alle religiose spagnole una struttura in comodato d’uso in cui stare. «Nei nostri confronti c’è stata sempre molta stima e vicinanza morale», dice suor Nieves. In un secondo momento venne contattata anche la squadra mobile della polizia e i carabinieri avvisando entrambi della nuova opportunità da poter offrire alle ragazze che trovavano in strada.

Da dove arrivano le ragazze. Le prostitute giungono principalmente dai paesi dell’est: Albania, Russia, Romania. Dall’Africa, invece, arrivano le nigeriane. Le ragazze raggiungono l’Italia attratte dal consumo e dal benessere del nostro paese. Questo succede soprattutto per quelle dell’est. Dopo la caduta del comunismo, i paesi dell’ex Unione Sovietica, hanno iniziato a ricevere i canali italiani e le trasmissioni che vedevano hanno fatto crescere in queste popolazioni una specie di italian dream. Alcune sono giovanissime, hanno solo 15 anni. «Quando abbiamo iniziato l’opera, queste ragazze erano prostituite e non prostitute, cioè erano ingaggiate con la menzogna da qualche parente che prometteva loro un lavoro in Italia e poi invece le sfruttava. Oggi, invece, pur essendo ancora vittime di false promesse, sanno che abbandonando il loro paese rischiano di finire su una strada».

I primi passi fuori dalla gabbia. La Fondazione Kayros ha un progetto fatto su misura per loro. In un periodo non troppo lungo si cerca di rendere nuovamente autonome queste ragazze, aiutandole a regolarizzarsi facendo loro i documenti necessari e prendendosi cura della loro ferite. In questo momento, grazie all’articolo 18 della legge sull’immigrazione, le donne che denunciano i loro sfruttatori vengono premiate per aver collaborato con la giustizia. Quando la denuncia è valida, perché può capitare che le ragazze non dicano la verità, e dopo che il pubblico ministero ha verificato che su di loro non pesino altri reati, viene consegnato loro un permesso di soggiorno per motivi umanitari. I documenti però non si ottengono solo con la denuncia verso gli sfruttatori. Spesso queste giovani hanno paura di subire ritorsioni. Un altro modo per ricevere il permesso di soggiorno è, per esempio, svolgere un percorso sociale, come quello proposto dalla Fondazione Kayros.

Il difficile cammino. Quando le ragazze arrivano, vengono portate in una prima struttura che le accoglierà per circa un mese e mezzo. «Questo è il momento più importante perché è il periodo in cui maturano la scelta se restare o andarsene. Tante non vogliono rimanere in Italia, così si procede al rimpatrio assistito. Diverse, invece, scappano e purtroppo ritornano in strada». La maggior parte sceglie l’aiuto delle religiose. E, dopo un breve colloquio in cui si dialoga sulla scelta da compiere, vengono trasferite in una comunità di seconda accoglienza, dove stanno più o meno un anno, a seconda dei casi e dalle necessità. Nella permanenza in Fondazione vengono aiutate con i nuovi documenti oltre che con le cure necessarie a recuperare un buon livello di salute. «Cerchiamo anche di avviarle al mondo lavorativo italiano. Non dobbiamo dimenticarci che vengono da Paesi di culture molto diverse e il fatto di doversi abituare ai cittadini e al modo di fare italiano per loro spesso è molto difficile. La comunità serve per prepararle a chi darà loro un lavoro, così insegniamo loro cosa significano puntualità, ordine, pulizia».

Appena arrivate in Comunità le ragazze non raccontano sempre la verità e sono restie a fidarsi. Iniziano raccontando i maltrattamenti subiti, poi passano agli inganni ricevuti. «La loro storia ce la offrono briciola dopo briciola, ci vuole pazienza. Noi lavoriamo con loro su quello che raccontano, su quello che osserviamo e su quello che crediamo serva a loro per diventare più sicure di se stesse e responsabili con la loro vita».

Dopo un anno di comunità, le ragazze che sono riuscite a inserirsi nel mondo lavorativo escono in semi-autonomia. Cioè vengono ospitate in un appartamento di proprietà della comunità dove iniziano a condurre una vita indipendente. Questo accade quando le ragazze hanno superato i traumi subiti e in loro è evidente il desiderio di guardare avanti in modo diverso: «Finché non si vede in loro questa volontà decisa ed esplicita di cambiamento preferiamo tenerle con noi».

La grazia di una vocazione. «Lo statuto della nostra fondazione ha come missione specifica quella di aiutare questo tipo di ragazze in difficoltà. Noi abbiamo scelto questa vocazione e loro ci permettono di viverla, per questo siamo loro grate. Stando con loro ci sentiamo nel posto giusto, cioè nella vocazione che abbiamo scelto. Al di là che siano gentili, brave o disponibili ci permettono di vivere a fondo i nostri tre voti: castità, povertà e obbedienza. Vedere come la sessualità è abusata e sminuita ci rende molto più grate dell’amore gratuito che riceviamo nelle nostre vite. Vedere la prepotenza che i soldi danno all’uomo, illudendolo di poter fargli comprare tutto, ci fa venire voglia di essere più povere. Per quando riguarda l’obbedienza, noi vogliamo stare attenti a quello che Dio vuole da noi. E ce lo dice con discrezione, quasi con un sussurro. Lo stesso metodo che Dio usa con noi è quello che noi dobbiamo usare con queste ragazze, non si può trattarle con irruenza e brutalità ma capire momento dopo momento che cosa è meglio per loro».