Il dramma infinito dell’Ilva di Taranto

Breve premessa storica, necessaria per capire da cosa sia scaturito lo sciopero di massa degli operai ILVA, in particolare di quelli della sede tarantina, l’acciaieria più grande d’Europa: era il 2012, e l’ILVA di Taranto veniva messa sotto sequestro per questioni di eccesso di inquinamento.

L’inquinamento e i morti. Per rendere la portata del dramma dell’Ilva di Taranto, basta leggere il Corriere del 9 settembre 2016, cioè quattro anni dopo il sequestro, quando uscì il dossier della Società Internazionale di Epidemiologia dell’Ambiente: «In poche parole, le vittime sono state uccise dalle sostanze provenienti dagli altiforni e non, come hanno sostenuto in un parere i periti di Ilva, da abitudini insane. Le morti per cancro al polmone (più 17%), malattie cardiovascolari (11%) e infarto (29%) sono legate all’anidride solforosa (SO2) e alle emissioni di polveri (PM10). L’incidenza di cancro al polmone è più alta del 42%, più 100% i casi di neoplasie al rene». E già nel giugno dello stesso anno Repubblica annotava: «Se anche l’Ilva e le altre industrie del Tarantino chiudessero, a Taranto ci si continuerebbe ad ammalare di tumore più che nel resto d’Italia ancora per molti anni. E’ questa la sintesi dell’aggiornamento al registro tumori di Taranto pubblicato dall’Asl (prima il registro riguardava il triennio 2006-2008, mentre si riferisce al 2011). Restano picchi ed eccessi di molte patologie tumorali (tumori del polmone, della pleura, della vescica) che secondo i medici sono correlate statisticamente a fattori di inquinamento ambientale».

 

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Subentra il consorzio. Per tutte queste ragioni la famiglia Riva, in quel 2012 ancora proprietaria, finiva sotto processo, mentre il gruppo veniva provvisoriamente affidato a un controllo statale. Ad acquistare la società ci ha pensato poi AM Invest Co, consorzio il cui socio di maggioranza è Arcelor Mittal, colosso lussemburghese della siderurgia (85 per cento delle quote), e quello di minoranza è Marcegaglia, acciaieria italiana (15 per cento delle quote).

Le sentenze ribaltate. Intanto, la giustizia faceva il suo corso. A maggio 2014 arrivava una raffica di condanne in primo grado: 27 i condannati per disastro ambientale e omicidio colposo plurimo, con pene tra i 9 anni e mezzo e i 4 anni di reclusione, in quanto «la tematica dell’amianto, pur profondamente conosciuta da tutti i vari ceti aziendali e quindi da tutti gli imputati, non ha mai superato il piano dell’oralità. Nessun dirigente Italsider o Ilva ha mai adottato un provvedimento concreto volto a migliorare le condizioni di lavoro legate all’amianto e questa situazione di consapevole e lucida omissione si è perpetrata per decenni».

A giugno 2017, però, la sentenza si ribaltava: ci si trovava di fronte a una raffica di assoluzioni, tra le quali quella dell’ex vicepresidente Fabio Riva e dell’ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso, in primo grado condannati a 6 anni. La Corte d’Appello individuava responsabilità solo per cinque casi. Eppure, secondo Fiom Cgil, anche se dal 2003 al 2015 in loco erano stati effettuati circa 1.300 interventi di bonifica, l’amianto, era (ed è) tuttora presente.

 

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I problemi di gestione. Per quanto riguarda lo stabilimento in sé e la sua nuova gestione, il problema sorgeva invece già a luglio 2017, quando il nuovo consorzio rendeva pubblico il suo piano di rilancio dell’azienda: si parlava di almeno 4mila esuberi su 14mila addetti totali degli stabilimenti ILVA in Italia. La sede più colpita già allora sembrava dover essere, come è facile immaginare, quella di Taranto. Già a luglio si parlava di riassorbimento dei dipendenti silurati, ma era ancora tutto molto confuso, e il piano e le trattative conseguenti erano ancora poco più che ipotesi.

Con queste premesse arriviamo alla giornata di venerdì 6 ottobre 2017, quando il piano del consorzio è reso ufficiale: confermati i 4mila esuberi, di cui 3.300 a Taranto, e stabiliti i criteri di riassorbimento. In sostanza, i dipendenti riassorbiti dall’azienda dopo il licenziamento dovrebbero sottoscrivere nuovi contratti a tutele crescenti in linea con le regole del Jobs Act. Contratti nuovi di zecca, come se negli anni precedenti mai avessero lavorato per ILVA. Morale: nessuna continuità contrattuale tra vecchia e nuova gestione, addio all’anzianità acquisita e quindi a ogni speranza di scatti di anzianità e addio a tutte le clausole di tutela previste dai vecchi contratti. Si parla, per alcuni dipendenti, di tagli allo stipendio fino a 7mila euro annui.

 

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Lo sciopero e le trattative sospese. Venerdì, proprio nel giorno in cui al Mise era previsto un incontro tra una delegazione del consorzio guidata da Geert Van Poelvoorde e dal presidente e amministratore delegato di Am Invest Co, Matthieu Jehl, la quasi totalità degli operai dell’Ilva di Taranto ha annunciato uno sciopero di ventiquattro ore per protestare contro questa nuova politica gestionale. Lo sciopero è stato appoggiato, tra gli altri, dai sindacati, in particolare dall’ex segretario Fiom Maurizio Landini, che ha rivolto un appello al Governo affinché intervenga in prima persona, auspicando un ingresso in società della Cassa Depositi e Prestiti come elemento di garanzia degli investimenti e di chiarezza sugli impegni, definendo il Consorzio Am Invest Co «un gruppo che ha dimostrato qualche problema di attendibilità».

Le trattative al Mise, in ogni caso, sono state sospese, grazie anche e soprattutto all’intervento del Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda. Motivo? Per Calenda e per i sindacati le condizioni di partenza del Consorzio sono inaccettabili, e prima di sedersi a un tavolo è necessario, quantomeno, tornare agli accordi di luglio, rivedendo innanzitutto le nuove proposte avanzate in merito ai riassorbimenti con contratti a tutele crescenti che Am Invest Co prospettava per i dipendenti in esubero.

 

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E ora? La questione al momento è tutt’altro che chiusa, e stando ai commenti dei portavoce di Mittal e Marcegaglia («Siamo qui per restare, sarà una sfida a lungo termine»), l’impressione è che i nuovi proprietari di ILVA abbiano volutamente sparato grosso per mostrare i muscoli in vista delle trattative che per forza di cose dovranno avere luogo nelle prossime settimane, impressione anche confermata dalle dichiarazioni di «sconcerto» rilasciate dai portavoce della delegazione di Van Poelvoorde e Jehl che si era presentata «in buona fede» al Mise per avviare le trattative. Staremo a vedere.

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