Emigrare per diventare medico
La storia di Alice (e di tanti altri)

In Italia fare il medico non alletta più come in passato. Secondo le proiezioni della Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere, si rischia di avere quasi dodicimila medici ospedalieri in meno nei prossimi otto anni. Il problema principale, come sottolineato dalla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici, è che ci sono oltre quindicimila laureati al palo, ovvero persone con in mano un titolo in Medicina che, «a seguito del numero chiuso, non sono riusciti a ottenere né l’accesso a una borsa per la specializzazione né al corso di medicina di famiglia. Insomma, non possono entrare a pieno titolo nel Servizio sanitario nazionale e lavorare» ha sottolineato il segretario nazionale Roberto Monaco. Quindi che fare? Emigrare. Ma già prima di intraprendere la carriera universitaria.

Chirurgo in Slovacchia. Come ha scelto di fare Alice Piensi, 23 anni di Verdellino, partita alla volta dell’Ungheria prima e della Slovacchia ora per laurearsi in Medicina. «Non nego che inizialmente l’idea di andare all’estero è stata per cercare una scorciatoia al sistema italiano troppo rigido – racconta Alice –. Ho provato il test d’ingresso alla Statale di Milano e a Pavia dopo il liceo scientifico, ma non l’ho superato. Così ho cercato altre opportunità, il mio sogno è sempre stato quello di diventare chirurgo». Due anni all’Università Sommelweis di Budapest, un anno a Pécs sempre in Ungheria e da questo anno accademico il trasferimento all’Università Pavol Jozef Safarik di Kosice, in Slovacchia. «Anche per entrare in queste università è necessario superare dei test di ingresso, ma sono più abbordabili rispetto all’Italia – spiega Alice –. Bisogna avere un buon livello di inglese, perché le lezioni e gli esami sono in inglese, ma per quello non ho mai avuto problemi perché ho studiato tre mesi in Australia con Intercultura nell’estate della quarta liceo, due mesi in America e sono stata spesso in Inghilterra. Studiando qui, poi, ho anche imparato un po’ di ungherese e di slovacco».

 

[Alice Piensi, 23 anni, di Verdellino]

 

La storia di Alice (e non solo). La giornata tipo di Alice, che vive da sola in un appartamento a Kosice, è quella di una comune studentessa universitaria, tra lezioni, studio in biblioteca e la frequentazione di amici e colleghi, provenienti però da tutto il mondo: «È stimolante vivere in un ambiente così internazionale e multietnico, ho colleghi di corso che vengono da tutta Europa, ma anche da Iran e Israele». I vantaggi, secondo gli studenti che scelgono questa strada, non sono solo legati all’accesso al percorso universitario, ma anche alla struttura dei corsi: «Rispetto alle facoltà di Medicina e Odontoiatria in Italia, le lezioni sono molto più pratiche. In Anatomia eseguiamo le autopsie sui cadaveri già nel primo anno ed esaminiamo i pazienti presso gli ospedali dal terzo». Lauree in Medicina e Odontoiatria conseguite in queste università sono “abilitanti”, ciò significa che al termine del percorso di studio lo studente potrà iscriversi direttamente all’Albo dei medici locale. In questi Paesi, infatti, non è previsto alcun esame di Stato per l’abilitazione all’esercizio della professione medica. Al rientro in Italia gli studenti italiani si configurano come “medici con cittadinanza italiana che si sono laureati all’estero, in un Paese Europeo”. Si tratta, però, di una scelta non per tutte le tasche: le rette vanno dai diecimila ai ventimila euro l’anno, ai quali bisogna aggiungere i costi per l’alloggio e la vita fuori sede.

Migliori opportunità. Ogni anno decine di migliaia di ragazzi e ragazze si contendono un posto nelle Facoltà di Medicina e Odontoiatria italiane: nel 2018 erano 67.005 i candidati per 9.779 posti disponibili. Un plotone di aspiranti camici bianchi che inizia a prepararsi al temutissimo test d’ingresso quando si è ancora tra i banchi di scuola, al liceo. Grazie all’equiparazione delle lauree europee, oggi molti studenti guardano all’estero per la propria preparazione accademica e per il proprio futuro professionale. La cosiddetta “fuga dei cervelli” inizia già dall’Università: secondo la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri, infatti, i medici laureatisi iscritti all’Albo e in possesso di laurea conseguita all’estero sono più di tremila. Nel 2013, i laureati emigranti erano diciannovemila, mentre nel 2016 sono diventati 35 mila, tra i 25 e i 39 anni. C’è chi parte per proseguire il percorso formativo, chi per agganciare un’opportunità di carriera, chi perché allettato da retribuzioni più alte del quaranta per cento rispetto ai propri colleghi. Come certifica la società di ricerca Willis Towers Watson, infatti, un laureato magistrale in Italia guadagna circa 4.700 euro l’anno lordi in meno rispetto a un suo coetaneo con lo stesso titolo di studio in Germania, Francia, Olanda o Regno Unito.

Prospettive e mete. Con queste prospettive, anche Alice non vede un futuro professionale in Italia: «Inizialmente pensavo di tornare, magari per l’ultimo anno o la specializzazione – racconta –. Poi vedendo la situazione italiana oggi, le scarse prospettive e la mancanza di opportunità per i medici mi sono resa conto che è meglio restare qui». Le mete? Secondo i dati pubblicati da Medicor Tutor, società che accompagna gli studenti preparandoli a una carriera universitaria internazionale, le facoltà di Medicina e Odontoiatria più gettonate sono la Universidad Europea de Madrid e la Universidad Europea de Valencia, in Spagna, la European University Cyprus di Nicosia, a Cipro, l’Università Pavol Jozef Safarik di Kosice, in Slovacchia, la Pleven Medical University in Bulgaria, la Masaryk University di Brno e la Charles University di Praga, in Repubblica Ceca, quest’ultima considerata una delle trenta migliori d’Europa e tra le duecento migliori al mondo secondo Ranking Web of Universities. Fu infatti l’università dove tenne lezioni anche Albert Einstein.

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