Gli Italiani sanno poco sul fumo
(ad esempio che ce ne sono tre tipi)

Tremila cittadini coinvolti in un mega sondaggio promosso dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica, patrocinato dalla Fondazione ‘Insieme contro il Cancro’ e dall’Associazione pazienti ‘Walce’ (Women Against Lung Cancer in Europe), per conoscere le abitudini degli italiani al fumo. Un’indagine scontata, si potrebbe (apparentemente) pensare e, invece, le sorprese sono sempre dietro l’angolo. Poiché il questionario sul ‘vizio’ ha rivelato che, ancora, la popolazione accende, aspira, espira, fa nuvole di fumo, ma tutto senza realmente sapere.

Fumo attivo e passivo. Si mette in uno stesso calderone fumo attivo (quello diretto) e quello passivo (subito dalla bionda del vicino); in 8 casi su 10 non si è consapevoli che anche questo secondo fumo aspirato è nocivo quanto il primo ed è altrettanto causa di malattie – anche serie – come il tumore del polmone, e alla lunga responsabile di effetti letali. Tanto che nel 49% dei casi si fuma in presenza dei bambini, ignare vittime della nefasta abitudine dei genitori. A preoccupare è un panorama di disinformazione diffusa che porta quasi la metà degli intervistati (48%) a credere che i tumori causati dal fumo non possano essere prevenuti; peggio, meno della metà (45%) cambierebbe il proprio stile di vita o smetterebbe il vizio per salvarsi la pelle.

Il terzo tipo di fumo, non meno pericoloso. Non c’è due senza tre anche per il fumo. A quello di sigaretta e passivo, infatti, si aggiunge anche il fumo di ‘terza mano’: il più sottovalutato, che si deposita in casa su pareti, mobili e suppellettili dopo che qualcuno ha fumato in un ambiente chiuso. È quello che si vede meno, ma che ha comunque effetti nocivi ormai documentati sulla salute, perché più concentrato e con una libertà di azione pari a 4-6 ore, per tutto il tempo cioè che permane sulle superfici intossicate.

Specie a quest’ultimo sono esposti i bambini che, sedendosi a terra, gattonando, toccando gli oggetti e poi mettendo le mani in bocca, rischiano di arrivare più spesso a contatto con i residui delle sigarette. Alimentando la loro abitudine al fumo. Ricerche eseguite in Italia hanno dimostrato che non solo il 52% dei bambini nel secondo anno di vita è abitualmente esposto al fumo passivo mentre dati Istat riportano che il 49% dei neonati e dei bambini fino a 5 anni è figlio di almeno un genitore fumatore e il 12% ha entrambi i genitori fumatori, ma fumo nell’ambiente domestico oggi è considerato un fattore in grado di condizionare le scelte dei figli, predisponendoli a una dipendenza da fumo in età adulta.

I vantaggi quando si smette. Si comincia, a volte, per gioco: per provare o per curiosità; per imitazione degli altri o dei grandi se si è giovani (troppo, perché le ultime stime dell’Istituto Superiore di Sanità parlano di baby-fumatori già all’età di 15 anni), per trasgredire le regole, o perché si pensa di poter smettere in qualunque momento. Ecco l’errore, perché qui sta il difficile: mantenersi, poi, indipendenti dalla sigaretta. Piace, e smettere sembra privarsi di un “piacere” irrinunciabile; rilassa e gli stress quotidiani sono tanti, se ne accende un’altra e si sottovalutano i danni da fumo alla salute.

Cosa ci si guadagna, fisiologicamente parlando, a smettere? Nell’immediato e nel futuro, anche se subito non lo si percepisce. Invece, già dopo 20 minuti dall’ultima sigaretta fumata, la pressione arteriosa e il battito cardiaco tornano a un livello normale, dopo 48 ore la percezione di odori e sapori è molto più forte, a un anno il rischio di insorgenza di malattie croniche si dimezza, a 5 anni quello di tumore al polmone diminuisce del 50% ed di ictus torna a livelli normali; a 15 anni le probabilità di malattie legate alla sigaretta tornano come quelle di un non fumatore.

Allora, come (e dove) smettere? Occorre forza di volontà: questa è la prima regola e una decisione ‘propositiva’, come un contatto con il numero Verde contro il Fumo (800 554088), anonimo e gratuito, attivo dal lunedì al venerdì dalle 10:00 alle 16:00 o un centro anti-fumo reperibile sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità all’indirizzo www.iss.it/ofad. Solo in Lombardia sono 42 quelli promossi dal Sistema Sanitario Nazionale e 10 dalla Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori (LILT) di cui rispettivamente 7 e 1 a Bergamo e provincia.

Ma è anche possibile affidarsi al proprio medico di fiducia per identificare la soluzione ‘su misura’ al proprio caso; compilare un ‘diario giornaliero del fumatore’ tracciando l’identikit del grado di desiderio legato a ogni singola sigaretta e alle sue sensazioni; partecipare a terapie di gruppo o a un counselling psicologico; ricorrere a eventuali terapie farmacologiche, definite con l’ausilio di uno specialista con il quale continuare un follow-up.

Prendere in mano la propria decisione è possibile. Cambiando ad esempio le proprie abitudini e gli automatismi. Niente caffè se ad esso è poi legata la fiammata data alla sigaretta; nascondere posacenere e accendini e rendere partecipi anche gli altri della propria decisione di rinunciare al fumo. Ancora, aumentare il consumo di frutta e verdura fresche, tenere a portata di mano acqua, caramelle, gomme da masticare quando sale la voglia di sigaretta; dedicarsi a più attività fisica o altri hobby che danno piacere. E gratificarsi: premiarsi al raggiungimento di ogni tappa, dopo 1-2 o più giorni senza fumo. Tentar non nuoce, anzi fa bene alla salute.