Da Harry Potter e Coldplay
a custode delle donne schiave

Era cresciuta a Glasgow frequentando alcune tra le migliori scuole della Scozia. Eppure, quando nel 2013 Aqsa Mahmood si è sentita chiamata dal nascente Stato Islamico in Siria, non ci deve aver pensato molto: ha detto ai suoi genitori che avrebbe fatto “un viaggio”, salvo poi chiamarli dal Medio Oriente per dire loro che quella sarebbe stata la sua nuova casa. La sua storia è raccontata in questi giorni da numerosi quotidiani britannici, che s’interrogano su come sia possibile che una giovane così abbia scelto di lasciare tutto e andare a servire il Califfo, per il quale recluta ragazze e sorveglia i bordelli che ospitano le donne-schiave yazidi.

Aqsa in Scozia ci era anche nata, in uno dei quartieri più ricchi di Glasgow: il padre era un giocatore di cricket, il primo che dal Pakistan negli anni Settanta era venuto a giocare al di là del Vallo di Adriano. L’infanzia e la gioventù di Aqsa non puzzano di metropoli e periferie, ma hanno il profumo di un’integrazione che sembra ben riuscita, tra scuole private e licei prestigiosi, libri di Harry Potter, canzoni dei Coldplay, pomeriggi al cinema a guardare “The Hunger games”… Finché un giorno, era il novembre del 2013, la ragazza non disse ai suoi genitori che sarebbe partita per un viaggio: abbracci calorosi e baci «con la benedizione di Allah», poi il silenzio per alcuni giorni. Quando chiamò per dire di essere in Siria e voler abbracciare il jihad a nulla servirono le lacrime della madre e gli inviti a tornare a casa.

Sono bastati pochi mesi per far cambiare vita ad Aqsa: ora si chiama Umm Layth, è la moglie di uno jihadista straniero a Raqqa, dove è a capo di una brigata della polizia femminile “Al-Khamsaa”. Tra le loro mansioni, quella di gestire anche la prigione bordello in cui sono state rinchiuse le ragazze yazide catturate nei mesi scorsi: Aqsa, assieme ad altre giovani, ha il compito di convincere le donne a non opporre resistenza quando gli uomini dell’Isis vogliono servirsi di loro.

 

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La storia della ragazza era già conosciuta in Inghilterra: la sua “carriera” nei quadri dello Stato Islamico era stata raccontata da un giornale pakistano lo scorso settembre, e ripresa poi dai media britannici. Ora, però, si è tornati a parlare di lei in seguito alla sparizione di tre giovanissime: martedì sono partite per da Londra per la Turchia Shamima Begum (15 anni), Kadiza Sultana (16) e Amira Abase (15). Di sicuro, una di queste avrebbe avuto contatti con Aqsa attraverso Twitter, e l’intelligence britannica è certa che le tre siano volate in Siria. Abase Hussen, padre di una delle tre, non smette di piangere ripensando all’addio alla figlia: «Pensaci due volte, non andare là. Ricordati quanto ti amiamo». L’ultima foto delle ragazze è un fermo immagine delle telecamere di sicurezza dell’aeroporto di Gatwick: impossibile non notare la tranquillità con cui le giovani passano attraverso il metal detector, e il loro look, pienamente occidentale (solo una porta il velo).

 

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Il legame tra le giovani e Aqsa appare tanto sottile quanto incredibilmente certo, e viaggia attraverso brevi messaggi da 140 caratteri. Gli stessi con cui la ragazza da mesi predica via web, portando su di sé l’attenzione dell’intelligence. Sui social network la ragazza loda gli attentatori, pubblica minacce e video, dà consigli sul Corano. A gennaio aveva addirittura pubblicato un “manuale” su come si devono comportare le donne quando perdono il marito. «Sorelle, è molto importante che vi documentiate sull’Iddah, il periodo di attesa prima di poter sposare un altro uomo, e che conosciate le sue regole». «Considerate che la maggior parte degli uomini con i quali tenterete l’approccio sono già sposati. Abbiate rispetto», continuava, sempre attraverso Twitter. «Siate preparate a ciò che potete e non potere indossare. È fondamentale che sappiate quali sono i vostri diritti di donne single musulmane. Non permettere a nessuno di vietarvi di fare alcune cose quando, invece, avete il pieno diritto di farle. Non vivete nell’ignoranza, sorelle mie».