I bignè dei magistrati ai giornalisti
e in cambio «spunta il nome di…»

Giovedì 5 febbraio molti giornali hanno scritto che l’ex calciatore Vincenzo Iaquinta è coinvolto nell’indagine della Procura di Bologna su un giro di ‘ndrangheta nell’Emilia Romagna. Iaquinta però non risulta indagato e la sua posizione nell’inchiesta non è ancora chiara. Secondo le indiscrezioni avrebbe partecipato ad alcune cene con ‘ndranghetisti e la sua casa nei pressi di Reggio Emilia sarebbe stata perquisita perché due pistole registrate a suo nome sono state trovate a casa del padre, che invece non dispone di una licenza e che è stato arrestato assieme ad altre 116 persone.

Il nuovo direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, in un editoriale, ha criticato la scelta dei giornali di riprendere la notizia e ha denunciato il «giochino giornalistico» che mettono in pratica alcuni magistrati per dare forza mediatica all’inchiesta. L’effetto collaterale di questi gentili omaggi, in molti casi, è un danno alla reputazione delle persone. Perché basta dire “spunta il nome di…”, che il malcapitato è già praticamente condannato dall’opinione pubblica. Anche a Bergamo, negli ultimi anni, abbiamo assistito a numerosi episodi del genere. Ecco l’articolo di Cerasa.

Spunta. È sempre la stessa storia, la stessa formula, lo stesso giochino giornalistico, lo stesso trucchetto giudiziario: ogni volta che c’è un’inchiesta condotta da magistrati che sperano di poter avere dalla propria inchiesta un certo riscontro mediatico succede sempre che all’interno di quell’inchiesta si introduce un magnifico bignè da offrire gentilmente ai giornalisti per rendere contenti i direttori, offrire un titolo ai caporedattori e dare la possibilità all’indagine di avere una sua forza, appunto, anche giornalistica. Spunta.

Questa volta la storia riguarda un ex giocatore della Nazionale, Vincenzo Iaquinta. Il papà di Iaquinta è uno dei 117 arrestati nell’ambito di un’operazione della Dda di Bologna contro la ’ndrangheta nel nord Italia e la storia che riguarda il figlio ha due lati importanti: da un lato l’indagine e dall’altro il bignè. Iaquinta è indagato per una questione legata al possesso di due pistole che il papà aveva intestato al figlio (armi che sarebbero state regolarmente detenute dall’ex calciatore, ma considerando il fatto che il papà, in seguito a un divieto, non poteva averle in casa, il calciatore risponde oggi del reato di – tenetevi forte – concorso in detenzione abusiva).

Più che l’indagine l’elemento che ci fa scattare sull’attenti riguarda una storia diversa ed è una “notizia” che i magistrati hanno inserito all’interno del fascicolo giudiziario senza che questa fosse un reato (eccolo il bignè). La notizia è questa: Iaquinta (forse) avrebbe  partecipato una sera a una cena in cui erano presenti alcuni boss. Titolo dei giornali di ieri: Iaquinta, spunta la cena con i boss. Reato (immaginiamo) ipotizzato: concorso in cena potenzialmente mafiosa. Vedremo come andrà a finire l’indagine ma su un punto ci sentiamo di dire una cosa precisa che dovrebbe valere sempre, per chiunque, in ogni occasione: se c’è una notizia che può infangare qualcuno e non costituisce reato quella notizia non può essere offerta come un bignè ai giornalisti. Non è questione di garantismo. Semplicemente è questione di civiltà.