Il gelato di Grom non è artigianale
(Ma nessuno dice quale lo sia)

Ci sono cascati in tanti. O meglio, tanti, negli ultimi anni, si sono abituati a definire il gelato di Grom, marchio nato a Torino nel 2003 ma presto ampliatosi a macchia d’olio sia lungo tutto lo Stivale che a Parigi, Dubai, Giacarta, New York, Malibu, Osaka e perfino Hollywood, un “gelato artigianale”. Del resto è la stessa società, fondata da Guido Martinetti e Federico Grom, ad usare quel termine nella sua strategia comunicativa. Ma ora sarà costretta a depennarlo dalla lista di aggettivi in grado di descrivere al meglio il suo prodotto: il gelato di Grom non è artigianale perché non è prodotto in loco e quindi non può considerarsi fresco. È così arrivata una “vittoria” del Codacons, che da tempo aveva avviato una propria battaglia affinché la gelateria più famosa d’Italia non potesse fregiare i propri coni e le proprie coppette con l’emblema dell’artigianalità.

 

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Perché il gelato di Grom non è artigianale? Che il prodotto offerto da duo Martinetti-Grom sia di qualità non c’è alcun dubbio: lo racconta il successo del marchio ma, soprattutto, l’attenzione con cui vengono scelte le materie prime per la creazione dei gusti. Ingredienti bio, Dop, Igp e chi più ne ha più ne metta. Allo stesso tempo, però, i gelati Grom non possono essere definiti artigianali per un semplice motivo: le miscele vengono preparate in un unico centro produttivo (a Mappano di Caselle, Torino), pastorizzate, congelate e successivamente distribuite ai rivenditori sul suolo nazionale e oltreconfine. Insomma, l’impossibilità di produrre del gelato artigianale è insita nell’essenza di Grom, almeno a sentir parlare l’avvocato Enrico Venini di Codacons: «Innanzitutto, essendo una s.p.a. multinazionale, non è una ditta artigianale. In secondo luogo, fatto ancora più importante, è la stessa caratteristica del gelato ad escludere l’artigianalità: per essere artigianale dovrebbe essere prodotto in loco e dunque fresco, invece l’azienda prepara le miscele in un unico centro produttivo, e da lì viene smistato ovunque». Come ci aveva spiegato Sara Rini, titolare del punto vendita Grom di Bergamo, in viale Papa Giovanni XXIII, «noi non abbiamo un laboratorio interno, ci arrivano le miscele direttamente da Torino». Nei singoli punti vendita, le miscele vengono solo mantecate e distribuite.

Un vuoto legislativo. La notizia ha, com’era prevedibile, conquistato le prime pagine di molti media, cartacei e non. Ma alle spalle della notizia c’è un problema di fondo, ben analizzato dal sito Gambero Rosso: nel nostro Paese c’è un’enorme lacuna legislativa sul tema della produzione gelatiera. La definizione di “artigianalità”, in questo panorama, «diventa sempre più labile, arrancando tra semilavorati, aromi ed emulsionanti». Il tutto a fronte di numeri che invece richiedono a gran voce delle tutele: in Italia si contano oltre 39mila gelaterie che si dichiarano apertamente “artigianali”, attività che danno lavoro a più di 90mila persone. Confartigianato Gelatieri, da qualche tempo, ha intrapreso un percorso che vuol portare alla redazione di un testo che possa poi essere tramutato in legge, ma come sempre succede in questi casi, se non si muove la politica le ipotesi resteranno sempre tali.

 

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Una palude semantica. Qual è il confine tra un gelato artigianale, uno semi-artigianale e uno invece industriale? Quante sostanze chimiche si possono usare affinché l’artigianalità di un gelato non perda la sua essenza? Domande difficili e attualmente senza risposta, nonostante in Italia siano aumentati a vista d’occhio i produttori che preferiscono evitare le scorciatoie a favore di un prodotto di qualità a km 0. I motivi sono principalmente due: il bio, nel mercato odierno, “tira” molto e si vende a cifre decisamente migliori; i consumatori italiani sono sempre più attenti e consapevoli e sono in grado di riconoscere un prodotto di alta qualità rispetto a uno di scarso livello. Nel suo piccolo Confartigianato Gelatieri tenta, nel frattempo, di offrire ai consumatori una piccola guida onde evitare di cadere in spiacevoli sorprese: diffidare dei colori troppo accesi (tipo quei gusti fragola fucsia più che rosati), fare attenzione alla cremosità (diffidate dei cristalli di ghiaccio), preferire quelli conservati in vaschette d’acciaio, e così via. In realtà, però, senza delle leggi chiare ognuno di noi è alla mercé del furbetto di turno. Naturalmente questo non è il caso di Grom, che pur senza poter più definire il proprio gelato “artigianale”, potrà sempre rivendicare l’alta qualità del suo prodotto e la selezione accurata delle materie prime usate. E non è cosa da poco.

Una risposta a “Il gelato di Grom non è artigianale
(Ma nessuno dice quale lo sia)”

  1. dgp

    Gelato nella media e pessima la cialda. Insomma, molto marketing.

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