Il mistero del cervello di Einstein

Erano le prime ore del 18 aprile 1955 quando, all’età di 76 anni, Albert Einstein moriva nell’ospedale di Princeton. Solamente il giorno prima era stato ricoverato d’urgenza nella stessa struttura perché colpito da un’improvvisa emorragia causata dalla rottura di un aneurisma dell’aorta addominale. Più volte, il premio Nobel aveva espresso verbalmente il desiderio di poter donare il proprio corpo per studi scientifici. Ma poi, in base alle disposizione espresse dall’esecutore testamentario, il suo corpo fu cremato e le ceneri vennero sparse lungo la riva del fiume Delaware nella città di Trenton, New Jersey. Prima della cremazione il corpo subì un’autopsia condotta da Thomas Harvey, un anatomo-patologo che era di turno quella mattina, che decise di asportare il cervello dello scienziato per poter studiare se l’intelligenza di Einstein fosse in qualche modo collegata a particolari caratteristiche fisiche. La testimonianza di quest’aneddoto è confermata da un articolo del New York Times del 20 aprile 1955, intitolato Si cerca un indizio chiave nel cervello di Einstein.

 

 

La sparizione. Qualche giorno dopo la pubblicazione dell’articolo, però, il cervello di Einstein sparì nel nulla. E solo grazie al lavoro d’indagine condotto da Steven Levy si riuscì a scoprire dove fosse stato nascosto. Ai tempi, era la primavera del ’78, Levy aveva 27 anni e si era da poco lanciato nel mondo del giornalismo. Lavorava per il New Jersey Monthly, una rivista mensile che si occupava di tutto ciò che accadeva nel New Jersey. Il direttore di allora, tale Michael Aron, grande appassionato di neurologia, un giorno convocò il giovane giornalista nel suo ufficio e gli disse le seguenti parole: «Voglio che mi trovi il cervello di Einstein». Giugno era cominciato da qualche giorno e il pezzo sarebbe stato pubblicato in agosto: un lasso di tempo davvero stringato per un’indagine di una tale portata, se si considera che ai tempi invenzioni come Internet, Google e i cellulari erano lungi dall’arrivare.

L’inizio della ricerca. La parte più importante della ricerca consisteva nel riuscire a recuperare i contatti di Thomas Harvey, il medico che aveva effettuato l’autopsia sul corpo di Einstein e che nel frattempo aveva smesso di lavorare all’ospedale di Princeton. Dopo svariate telefonate, Levy riuscì a parlare con il vicedirettore dell’ospedale che sbrigativamente disse di non saper nulla del cervello dello scienziato. Un giorno, però, una conoscente di Levy gli raccontò di un amico medico che durante l’università aveva osservato a lezione un campione di quel cervello conservato in un vetrino. Levy contattò immediatamente il docente di quella lezione che spiegò di aver ricevuto il campione dal dottor Sidney Schulman, suo professore e grande specialista del talamo (una parte del cervello). Incontrando lo stesso Schulman questi dichiarò di averlo ricevuto a sua volta dal dottor Thomas Harvey, con la richiesta di studiarlo approfonditamente. Si trattò di una scoperta importante perché collegava le sorti del cervello di Einstein con quella del medico che ne aveva effettuato l’autopsia, ma l’indagine condotta fino a quel momento ritornava al primo punto di partenza: riuscire a contattare Thomas Harvey.

 

 

Il mistero svelato. Alla fine il giovane giornalista riuscì a trovare il medico consultando i registri della American Medical Association. Questi gli raccontò che dopo aver scattato alcune fotografie, aveva deciso di conservare il cervello all’interno di un barattolo di formaldeide, trasportandolo in macchina fino all’Università della Pennsylvania, dato che era uno dei pochi luoghi della zona a possedere un microtomo, strumento utilizzato per sezionare campioni di tessuto. Come spiega un lungo articolo del Post che racconta questa vicenda: «Una porzione del cervello fu sezionata e conservata in piccoli pezzi di celloidina; altre parti furono conservate in vetrini; e un’altra parte non fu sezionata affatto. Campioni di quei tessuti, spiegò Harvey a Levy, furono spediti ad alcuni esperti in diverse parti degli Stati Uniti, perché venissero compiute analisi approfondite».

L’indagine giornalistica a questo punto aveva raggiunto il suo scopo: il cervello di Einstein era stato gelosamente e segretamente custodito per oltre trent’anni dal medico che aveva effettuato l’autopsia sul corpo dello scienziato. L’articolo, che riuscì a esser pubblicato sul numero di agosto, suscitò moltissimo interesse tra gli studiosi e i medici del tempo. E da quel momento sono iniziate ricerche volte a scoprire se l’anatomia di quel cervello fosse o meno in grado di svelare l’origine della genialità di Albert Einstein.