Il Papa e la teoria della pizza

Pensavo, l’altro giorno, che per aiutarci a capire cosa sta succedendo con questo Papa a molte dimensioni potrebbe essere utile ricorrere a un concetto rivelatosi molto fecondo nell’ambito della fisica delle particelle: il concetto di dualità.

Teorie duali (e un esempio per capire). Lisa Randall, docente di fisica ad Harvard, scrive nel suo magistrale Passaggi curvi (il Saggiatore, 2006), che «due teorie sono duali quando sono riducibili a uno stesso impianto teorico, esprimibile mediante due descrizioni differenti» (p. 323).

Un esempio aiuterà, forse. Se devo indicare a una persona dove si trova la stazione della metropolitana che hanno aperto da poco, posso dirle che dista cinque minuti a piedi proseguendo sempre sullo stesso marciapiede, senza mai attraversare la strada; oppure – se mi dice che abitava in zona anni fa, prima di trasferirsi – potrei usare come riferimento mnemonico la stazione dell’Agip, ora scomparsa per far posto, appunto, alla metro.

Dato che i minuti non sono né una stazione di servizio, né il marciapiede che gira attorno all’isolato (e viceversa) la questione non è solo linguistica, come se dicessi “percorso” invece di “tragitto”. Sono gli oggetti, lo spazio e il tempo a comparire in maniera diversa e ad avere un ruolo e un significato diverso nelle due strategie. Ciò non toglie che «l’impianto teorico», cioè il tratto di strada da percorrere, sia sempre il medesimo, nonostante i contesti di riferimento diversi. Diciamo a questo punto che le due “teorie”, ossia le forme usate per descrivere il percorso, sono duali, come ciascuna di esse lo è con mille altre possibili (cartina della città, Google Maps, «Venga con me, ci sto andando anch’io»).

Fu l’idea della dualità che permise al fisico indiano Ashoke Sen di dimostrare, nel lontano 1992, che scambiando fra loro le particelle e le stringhe (non importa sapere cosa siano le stringhe: semplicemente, non sono particelle) di una particolare teoria, quella teoria – creduta fino ad allora due teorie diverse – rimaneva esattamente la stessa. “Particelle” e “stringhe” stanno tra loro, in fisica, come “benzinaio” e “marciapiedi” nell’esempio. Dopo l’exploit di Sen, la dualità si è rivelata molto utile in molti campi della fisica sia teorica che sperimentale.

 

 

Papa Francesco e l’innovativa “teoria della pizza”. Dopo di che torniamo a papa Francesco che, nel corso del V Convegno della Chiesa Italiana a Firenze (il 10 novembre scorso) ebbe a pronunciare le immortali parole: «La dottrina cristiana non è un sistema chiuso incapace di generare domande, dubbi, interrogativi, ma è viva, sa inquietare, sa animare. Ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera: la dottrina cristiana si chiama Gesù Cristo». Da allora in poi papa Francesco non ha fatto altro che cercare di illustrare questa “teoria” e l’aspetto più rilevante della sua azione sta esattamente nel modo scelto per la sua descrizione.

Avrebbe – ad esempio – potuto avviare (come da tradizione) una serie di seminari teologici sul tema La Dottrina Cristiana e Gesù Cristo: aspetti e problemi, richiamando in proposito le opere dei Padri e affrontando in una nuova luce passi della Scrittura. Avrebbe potuto descrivere il fenomeno chiamando a raccolta psicolinguisti di tutto il mondo per mostrare il rilievo che potrebbe assumere nella pastorale giovanile l’aspetto performativo del linguaggio (non importa aver studiato in che cosa consiste l’aspetto performativo del linguaggio: è sufficiente sapere che il papa avrebbe potuto scegliere una descrizione di questo tipo). Avrebbe potuto, sempre il papa, dare infinite altre descrizioni della “teoria” che si conclude con la formula: «La dottrina cristiana si chiama Gesù Cristo».

Il papa non ha scelto nessuna delle strade di cui sopra. Non ha fatto riferimento a ipotesi teologiche; non ha citato nessuna Università Pontificia; non ha fatto ricorso ad opere precedenti. Niente di tutto ciò. Il che non significa che non si possa farlo. Significa solo che lui ha scelto la strada che ha scelto, approdata di recente a quella che potremmo chiamare “teologia della pizza”: teologia sublime, umile ed alta come si conviene solo agli eventi soggetti a qualche interazione forte con la persona di Maria di Nazareth.

 

 

La «trasfigurazione» in Messico, nel corpo del Popolo. Il passo decisivo in questa direzione è stato compiuto nel corso del recente viaggio in Messico, dal quale il papa è tornato contento come non mai, tanto da dire – all’Angelus di domenica 21 febbraio, II di Quaresima -: «Il viaggio apostolico che ho compiuto nei giorni scorsi in Messico è stata un’esperienza di trasfigurazione». Ok, il vangelo era esattamente quello della Trasfigurazione sul Tabor, ma Francesco non ha scelto di ripercorrere la tradizionale descrizione dell’evento.

Ha invece proseguito anticipando la domanda che molti si stavano facendo (cioè: «In che senso Ciudad Juarez si lega a quanto successe quel lontano giorno, quando le vesti di Gesù risplendettero come la neve?») e proseguendo – in risposta: «Perché il Signore ci ha mostrato la luce della sua gloria attraverso il corpo della sua Chiesa, del suo Popolo santo che vive in quella terra. Un corpo tante volte ferito, un Popolo tante volte oppresso, disprezzato, violato nella sua dignità. In effetti, i diversi incontri vissuti in Messico sono stati pieni di luce: la luce della fede che trasfigura i volti e rischiara il cammino».

Che cosa era successo, precisamente? Limitiamoci all’incontro con le famiglie, che prevedeva, fra l’altro, la testimonianza di una ragazza circondata da un nugolo di figli di ogni età e quella di una coppia formata da una donna divorziata e il suo nuovo marito, che ovviamente non aveva potuto sposarla in chiesa. La ragazza ha raccontato che, uscita da una famiglia di quelle che si trovano solo nei film horror, ha poi avuto molti rapporti sessuali (come ha detto lei, nel lessico medicale) con uomini diversi, dai quali è fiorito il drappello che la circondava, compreso l’ultimo milite, ancora in braccio. Lei – ha detto – era lì perché, nonostante tutto, non aveva mai voluto abortire, perché ai suoi figli teneva come al suo cuore e la comunità l’aveva aiutata ad andare avanti. Il marito della coppia ha poi riferito che, non potendo – per ragioni canoniche – accostarsi al sacramento dell’Eucarestia, la moglie e lui facevano la comunione servendo i fratelli che si trovavano nella povertà o che  avevano comunque bisogno di aiuto.

Bisognava vedere come il papa se l’è abbracciata, questa gente. Com’era contento di averla lì con sé e di potergli volere bene. Neanche fossero stati san Pio da Pietrelcina o san Leopoldo Mandič redivivi. Neanche fossero stati la Madonna di Guadalupe di passaggio da quelle parti. Perché per lui erano realmente i santi e la Madonna. Altrimenti cosa significherebbe che il viaggio in Messico è stata un’esperienza di Trasfigurazione, e che «il Signore ci ha mostrato la luce della sua gloria attraverso il corpo della sua Chiesa, del suo Popolo», cioè attraverso i corpi di quella ragazza e di quella coppia?

Quanti libretti edificanti si sarebbero potuti scrivere sulla natura di questa trasfigurazione. Che omelia accorata avrebbe potuto venirne fuori. Ma il papa non ha fatto un’omelia sulla trasfigurazione né ha chiamato a raccolta gli esperti di Nostra Signora di Guadalupe e relativo san Juan Diego. Ha semplicemente voluto stare venti minuti in colloquio stretto e riservato con quest’ultima e, per dire quel che voleva dire sulla famiglia, ha lasciato che i vescovi scegliessero per lui quella fanciulla di ex facili costumi e la divorziata con marito. Ha messo in atto una descrizione della Carità di tipo corporale, fisico.

 

 

Torniamo alla dottrina duale: un abbraccio e, di nuovo, la pizza. Perché vedete – torniamo adesso all’altra descrizione, quella con i testi della scrittura – anche i Vangeli ci hanno dato due diverse descrizioni dell’ultima cena: quella dei sinottici (Matteo, Marco, Luca) e quella di Giovanni. Quest’ultima non riporta il momento solitamente chiamato l’Istituzione dell’Eucarestia – ossia il momento in cui Gesù spezza il pane e benedice il vino che sarebbero divenuti il suo Corpo e il suo Sangue. Viceversa, gli altri non riportano l’episodio della lavanda dei piedi, che pure viene ricordata il Giovedì Santo durante la messa chiamata In Coena Domini.

E dunque la lavanda dei piedi potrebbe essere una descrizione diversa della stessa struttura profonda dell’eucarestia: il fatto che il Signore si sia fatto nostro servo. Come quando i due coniugi, che non possono “fare la comunione” dicono che per loro “essere in comunione con la Chiesa” significa vivere la carità servendo i fratelli messi peggio.

Ci si potrebbero fare parecchi sinodi su quest’argomento. Il papa, invece, preferisce la dottrina duale: abbraccia la gente che il Signore gli ha fatto incontrare facendosi servo dell’uno e dell’altro. Pensiamoci un attimo: come avrebbe fatto, quella ragazza, a risplendere di figli non abortiti se non avesse, prima, sfarfalleggiato un po’ a caso (ammettiamolo)? Quanti volumi di teologia sarebbero stati necessari per spiegare con altrettanta efficacia ed energia in cosa consiste la gloria del Signore, cioè la grandezza della sua misericordia che risplende nella gioia dei suoi figli feriti e doloranti?

L’altro giorno, per esempio, il papa è andato a far visita a una comunità di recupero a Castel Gandolfo. Non se l’aspettavano. È arrivato lì senza scorta né niente e dopo un po’ sembra che abbia chiesto se per caso non facevano da mangiare da quelle parti. E così hanno portato a tutti della pizza, visto che il papa ha ripetuto spesso che gli dispiace non poter più uscire a mangiarla in compagnia con altri. Ed è accaduto che il papa consumasse il suo trancio in piedi, col piatto di plastica e il tovagliolino di carta. Peccato che pochi abbiano riportato la foto, preoccupati com’erano di farci conoscere le parole del papa. Peccato davvero, perché ci pare questa radicale quotidianità la sintesi autentica della teologia di Francesco, assieme ai fiori che porta alla Madonna ogni volta che può.

Certo, le parole rimangono importanti. Costituiranno ancora per molto tempo la descrizione del fenomeno “presenza di Cristo fra noi”. Ma più importante – forse – è cominciare a capire che da qualche tempo – e per qualche tempo, forse – la descrizione di quello stesso mistero non si fa e non si farà più sui libri. Si fa e si farà vedendo lo splendore di un corpo alle prese con una focaccia o con del pane (come del resto si faceva agli inizi, o no?) dallo spezzare del quale qualcuno riconoscerà forse cosa c’è davvero in ballo, nelle nostre vicende.

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