Italicum, cosa bolle in pentola

La partita sulla legge elettorale (ne avevamo già parlato qui) entra nella fase più calda: che non è il momento della votazione parlamentare, bensì quello degli accordi trasversali fra i vari partiti per arrivare ad un testo che possa essere il più possibile condiviso. Il terremoto è arrivato ieri, martedì 11 novembre, quando dalla riunione del Premier Renzi con gli alleati di governo sono emerse alcune modifiche che si intendono apportare al documento dell’Italicum, che ormai da troppo tempo giace presso la Commissione per gli Affari Costituzionali del Senato.

Un fatto che ha scatenato una notevole bagarre politica, che vede sui fronti opposti della trincea da un lato lo stesso Renzi, insieme ad un Pd sorprendentemente compatto nel portare avanti il progetto di legge elettorale partorito dal vertice di cui si è accennato, e dall’altro lato Forza Italia, che non intende piegarsi alle modifiche apportate rispetto al testo approvato in estate dalla Camera. Oggi, alle 18, ci sarà un importante incontro fra il Premier e il numero uno di FI Silvio Berlusconi, per cercare di trovare una mediazioni e presentarsi in comunione d’intenti a dicembre in Senato, momento in cui si vorrebbe procedere alla votazione sull’Italicum, prima dell’ulteriore, e probabilmente ultimo, passaggio alla Camera previsto per febbraio.

Cosa potrebbe cambiare dell’Italicum. I temi principali su cui si sta scatenando la burrasca riguardano le soglie di sbarramento, le liste dei candidati (se presentarle bloccate o meno), il numero dei collegi elettorali e le quote per il premio di maggioranza. Insomma, praticamente tutto.

  • Il quorum minimo. Cominciando dal primo punto, le intenzioni iniziali di Renzi, ovvero quorum minimo dell’8 percento per i partiti fuori dalle coalizioni per poter accedere al Parlamento è ormai solo un lontano ricordo. Il testo approvato alla Camera prevede che questa soglia si attesti al 5 percento, mentre secondo le modifiche apportate ieri si dovrebbe scendere addirittura al 3 percento. È una decisione che naturalmente ingolosisce, e parecchio, i partiti più piccoli, siano essi alleati dell’attuale Governo, come Ncd e Scelta Civica, oppure battitori liberi delle aule parlamentari, come Sel e Fratelli d’Italia.
  • Liste bloccate o meno. In secondo luogo, bloccare o meno le liste dei candidati, che in parole povere significa la possibilità o meno per i cittadini di vedere in Parlamento candidati passati ad un vaglio di vera meritocrazia elettorale, e non predeterminati dai quartier generali dei vari partiti. Rispetto a questo punto, l’intenzione del Pd è quella di presentare liste totalmente libere, mentre invece, dalle parti di Forza Italia, una possibilità di decisione ante factum circa gli eletti sarebbe cosa gradita; e si capisce, visto il folto numero di personalità rilevanti all’interno del partito, tutta gente che di rischiare il posto in Parlamento proprio non ne vuole sentir parlare. Il Pd ha tentato di trovare una via di mezzo rispetto a questo punto, proponendo il blocco dei soli capilista, e lasciando libertà assoluta per tutto il resto della graduatoria. È una proposta che, a ben vedere, in taluni casi avrebbe un risultato già ben definito: per esempio, un partito che si attesti fra il 15 e il 18 percento, con quindi un corrispondente numero di circa 65-70 deputati, presentando anche il solo capolista nei vari collegi (che ad oggi sono in totale 120), avrebbe la garanzia di portare in Parlamento esattamente i candidati che vuole, lasciando alla libertà di scelta dei cittadini un ruolo meramente apparente. E qui si collega proprio il punto del numero dei collegi elettorali: il Pd vorrebbe sì diminuirli, ma rimanendo più o meno sulle 100 unità, mentre Forza Italia, partito che effettivamente dovrebbe arrivare, al momento, proprio circa al 15-18 percento, vorrebbe diminuirne il numero, per le ragione appena detta, a non più di 75.
  • Il premio di maggioranza. Il testo dell’Italicum approvato alla Camera prevede un premio di maggioranza, fino ad ottenere un massimo di 340 deputati, in caso di raggiungimento del 37 percento dei voti al primo turno, e qualora questa soglia non venga raggiunta da nessuno, si procede al ballottaggio. Il nuovo testo del Pd, invece, alza la soglia del primo turno al 40 percento, con il conseguente ballottaggio in caso di mancato raggiungimento, ma, vero nodo della questione, per chi dovesse vincere, al primo o secondo turno che sia, verranno assegnati direttamente questi 340 seggi alla Camera, e non più “un massimo” di 340. Questo significa che il partito o la coalizione che vince le elezioni otterrebbe il controllo totale del Parlamento; ottima cosa da un punto di vista della governabilità, pessimo scenario invece per chi, come ad oggi accadrebbe a Forza Italia, si ritrovasse all’opposizione.