La diocesi e quei benedetti soldi

Foto copertina ©BergamoPost/Mario Rota.

 

La ricchissima diocesi di Bergamo ha perso buona parte del suo patrimonio? Il nuovo giornale di Maurizio Belpietro, La Verità, è uscito il 26 ottobre con una pagina allarmante. Titolo in prima: La diocesi di Bergamo finisce in bolletta, rovinata dagli investimenti in Ubi Banca. Nell’articolo all’interno ci si spinge più in là, fino a sostenere che è «a rischio il pagamento degli stipendi». Un mese prima era stato il Corriere Bergamo a dar fuoco alle polveri, parlando di «buco Ubi» e dell’ipotetico ritorno a Brescia del vescovo Beschi il quale, a detta del quotidiano di Piazza della Libertà, starebbe «veleggiando in una fase di fine mandato». Che cosa sta succedendo sul Colle? E quanto c’è di vero in queste notizie?

Qualcosa di vero c’è. Che nel mare dell’economia la diocesi non navighi più in acque tranquille è un dato di fatto. Colpa della crisi, certo, ma anche di una superficialità e lentezza nel prendere decisioni che potrebbero quantomeno alleggerire la barca da alcune pesanti zavorre. Tuttavia il punto su cui si sono concentrati i due giornali riguarda il consistente pacchetto azionario che la diocesi, in maniera diretta o attraverso l’Opera San Narno, possiede in Ubi Banca: oltre due milioni e 500mila azioni, alle quali se ne aggiungono un altro milione e 700mila in mano all’Istituto diocesano per il sostentamento del clero. Un grande tesoro, indubbiamente, che però nell’ultimo periodo, con la svalutazione del titolo, si è ridotto in maniera drastica. In soldoni: rispetto a un anno fa – scrive il Corriere – la diocesi, se oggi decidesse di vendere, avrebbe perso la bellezza di 21 milioni di euro. Ancora più fosco il quadro delineato da La Verità che alza la perdita di valore a circa 35 milioni. Una catastrofe.

 

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Foto ©BergamoPost/Mario Rota.

 

Una lettura virtuale. Ma non è proprio così. In primo luogo perché – come entrambi i giornali hanno comunque rilevato – «si sta parlando di un azionista di lungo corso a cui non interessa dismettere il patrimonio azionario e monetizzare (Corriere)». Come a dire: la perdita c’è, ma è puramente teorica o virtuale, perché le azioni non vengono vendute oggi (ai prezzi bassi attuali) e domani potrebbero risalire. Sicuramente ci vorrà tempo per tornare a cifre rilevanti, ma la chiesa non ha fretta e a Bergamo non ha mai investito nelle banche con l’intenzione di speculare sugli andamenti di Borsa. In secondo luogo, è bene precisare che le azioni dell’Istituto per il sostentamento del clero non vanno messe in conto alla diocesi di Bergamo, in quanto l’ente è di livello nazionale ed è gestito direttamente da Roma. Infine, il conto fatto dal giornale di Belpietro presuppone che tutte le azioni siano state acquistate quando erano al massimo del loro valore. Così non è, naturalmente, perché il patrimonio azionario della diocesi si è costituito in decenni e per avere una dimensione esatta della perdita bisognerebbe rifare i conti da capo andando a vedere quando sono state acquistate le azioni.

Allo stato attuale per la diocesi si può dunque parlare di una notevole perdita di valore, probabilmente momentanea; se gli investimenti in azioni sono stati sbagliati lo si potrà verificare fra mesi o anni. Un dato spiacevole, però, nel frattempo si è già verificato con il crac di Veneto Banca, costato alla diocesi circa 300 mila euro. Da qui a ritenere che gli stipendi dei cinquanta dipendenti della Curia siano in forse, ce ne corre. I tempi delle vacche grasse sono finiti, e tuttavia, anche in questo periodo di cura dimagrante, la diocesi ha potuto mettere a disposizione delle famiglie bergamasche in difficoltà tre fondi di microprestito a interessi zero: il fondo casa, il fondo lavoro e il fondo famiglia. Si tratta di quasi 15 milioni di euro, soldi che derivano dagli utili degli investimenti bancari e dagli immobili venduti, che il vescovo ha voluto fossero destinati ad aiutare chi sta affrontando situazioni di grave indigenza.

 

Foto ©BergamoPost

 

Perché tutte queste azioni? Ma cosa se ne fa la Chiesa di Bergamo di un simile bendiddio azionario? Dov’è la povertà evangelica tanto cara a Papa Francesco? La domanda nasce spontanea soprattutto perché la Santa Sede spinge affinché le diocesi rinuncino o alleggeriscano gli investimenti bancari. La risposta che arriva dal Colle è articolata e tradisce un certo imbarazzo: «L’esposizione della diocesi in Ubi ha il suo senso nella storia da cui è nato questo gruppo bancario, partendo proprio dal nome di “banca popolare”. Quando si è soci di una cooperativa si ha diritto di parola e non si è solo semplici clienti. Il principio che ha mosso la chiesa bergamasca non è quello della speculazione, bensì quello dell’impegno a vantaggio del territorio, delle parrocchie, degli enti e della gente. Di contro, però, è una voce fioca troppo spesso schiacciata dalle urla di Piazza Affari. Alla fine resta la domanda se pesa di più il valore dell’esserci o il prezzo delle azioni».

Pare di capire che un dubbio sulla bontà dell’investimento azionario rimanga, anche se, oltre che sui dividendi, alquanto contenuti negli ultimi anni, il guadagno si concretizza in contributi, sponsorizzazioni, fondi per restauri di opere d’arte e sostegno a mille iniziative. La dichiarazione della Curia chiarisce le buone intenzioni del passato, ma lascia aperto più di un interrogativo sul presente. È “morale” oggi che la chiesa, i cui fondi sono in gran parte frutto delle donazioni piccole e grandi di migliaia di fedeli, rimanga legata a un’avventura finanziaria rischiosa in una banca che ha perso il suo carattere “popolare”? Non sarebbe stato più prudente acquistare delle obbligazioni? Le persone che nella chiesa gestiscono un patrimonio simile hanno una professionalità adeguata? E le eminenze laiche presenti per conto della diocesi nei Consigli degli istituti di credito non hanno nulla da dire nel merito? Quando si parla di cifre così alte, la visione del «cassettista», ossia di colui che acquista azioni senza un intento speculativo nel breve periodo, ma per un investimento a lungo termine, è alquanto romantica e nel mondo di oggi non regge più.

 

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Qual è il problema attuale. Posto dunque che la diocesi di Bergamo non è affatto «in bolletta» e che sull’investimento in azioni bancarie dovrà quantomeno fare una analisi approfondita, è pur vero che la liquidità a sua disposizione è diminuita di molto. Questo anche perché la gestione degli immobili è onerosissima. La chiesa possiede case e palazzi, ma in questo momento tante proprietà sono un costo e, col mercato in fase di stallo, c’è il rischio di svendere un patrimonio accumulato in secoli di donazioni e di lasciti. Recentemente un’operazione andata a buon fine è stata la vendita della Casa della Lavoratrice in via Autostrada e da qualche mese è in corso la trattativa per la cessione della Casa del Clero in via Albricci, ma sono episodi sporadici. Nel frattempo, ogni anno, gli enti che afferiscono al vescovo pagano un milione di Ici (compresi Patronato, Opera sant’Alessandro e Seminario), mentre le parrocchie complessivamente pagano un milione e 900mila euro.

 

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La Sala Oggioni del Centro Congressi.

 

Le opere coi conti in rosso.C’è tanto da sistemare In questa situazione delicata, altri problemi sono rappresentati da alcune opere la cui gestione presenta conti in rosso. Ogni ente finora ha agito con ampia autonomia sapendo di poter poggiare in ultima istanza sulla diocesi. Ma nel momento in cui i fondi a disposizione diminuiscono, realtà come il Museo Diocesano e il Centro Congressi, per fare due esempi, cominciano a pesare. Il Centro Congressi fino a qualche anno fa funzionava soprattutto grazie ai convegni medici e agli incontri di rappresentanza. Oggi l’offerta a Bergamo è cambiata e con il nuovo auditorium dell’ospedale Papa Giovanni e la sistemazione di Sant’Agostino, le richieste di spazi a Palazzo Rezzara sono diminuite: mantenere tre piani solo per le riunioni ecclesiali è un lusso che la diocesi non potrà più permettersi a lungo. Per non parlare del Seminario, da sempre un’isola felice, una cittadella meravigliosa ora in gran parte vuota e che non si può parcellizzare. La stessa Opera Sant’Alessandro, che riunisce diverse scuole, è andata in difficoltà a causa del calo di iscrizioni e sta mettendo mano a una ristrutturazione per ridurre sensibilmente i costi. Sostenere tutte queste realtà è diventato per la diocesi un impegno troppo oneroso.

 

Foto ©BergamoPost

 

La questione Sesaab. Un capitolo a parte riguarda infine la Sesaab, editrice de L’Eco di Bergamo, che per anni ha generato utili, ma ora riesce a malapena a stare in equilibrio. L’Eco è un giornale ancora in attivo, le altre testate del gruppo però sono in pesante perdita a causa del crollo della pubblicità e della diminuzione di copie.

Che fare, dunque? La situazione attuale della diocesi dal punto di vista economico-finanziario è seria: i soldi escono, ma hanno smesso di entrare e i pochi che avanzano vengono utilizzati per aiutare le persone. Anche nelle parrocchie le offerte sono scese in misura notevole mentre è aumentata esponenzialmente la richiesta di aiuto. Questo significa che andare avanti come nel passato non è più possibile e che nel nuovo scenario il tempo degli orticelli coltivati in autonomia dai monsignori di Curia non potrà reggere a lungo. Occorrono idee, chiarezza e coraggio, prendendo atto che la stagione dei rapporti amichevoli e delle pacche sulle spalle è finita anche per la Chiesa bergamasca: «I rapporti amichevoli sono sempre ambigui », dice il Giovane Papa di Sorrentino. Otto anni dopo il suo arrivo a Bergamo, per il vescovo Beschi si apre un periodo di importanti e inevitabili scelte.

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