La famiglia che ha in mente il Papa
e il miglior krapfen di Cavalese

Il Sinodo procede. Il modo con cui ci vengono comunicati i suoi progressi non è il massimo, però fa niente. Il Vangelo e la tradizione preferiscono il riferimento a tutto ciò che riguarda pastori e greggi: è probabile che la scelta di dire quasi niente di quel che sta succedendo nei circoli sia dettata dal desiderio di disinnescare la metafora del contadino e del pollaio. In questa situazione siamo costretti a lavorare su frasi colte a volo, comunicati che hanno più bottoni di una veste talare, memorie necessariamente imprecise.

Cos’è “famiglia”, per il mondo. Però c’è un dato che in questo desolante panorama informativo si staglia nitido, netto e preciso: la distanza che separa l’uso della parola “famiglia” nel mondo dall’uso che ne fa il papa. Per il mondo – ossia nel parlare comune – “famiglia” è l’insieme sociale che si determina in seguito alla decisione di due o più persone di mettersi insieme per un periodo di tempo che può essere a termine o illimitato. Solo nel vocabolario dell’Istat o dei censimenti esistono famiglie composte da una sola persona, ma questo fa parte delle perversioni della burocrazia. Per tutti gli altri la famiglia, ancorché monoreddito, indica una società di più persone. Tali persone – si diceva un tempo – si intendono appartenenti a sessi diversi – maschi e femmine – solitamente in numero pari – uno e uno – ma anche con qualche possibile disequilibrio in favore degli uni o degli altri a seconda che una donna possa disporre di più mariti o viceversa.

 

 

Così variegata nei suoi significati è la parola “famiglia” nel mondo, da qualche tempo estesa fino a poter denotare il consociarsi di persone dello stesso sesso. Poi ci sono le famiglie patriarcali (l’insieme delle famiglie che fanno riferimento, nel loro insieme, a un personaggio – o a una coppia – cui fanno risalire la loro origine), le famiglie unicellulari (padre, madre, figli – se ce ne sono – e nessun altro – per carità di Dio! – prima della divisione dell’eredità), le famiglie allargate e altre variamente configurate. Tutto ciò, direbbe un filosofo francese del Seicento, a partire – o enveloppé: avvolto, contenuto – nella parola “famiglia”, croce e delizia dei sociologi e degli psicologi. Degli psichiatri, anche.

Cosa il papa ha detto che è, la famiglia. Tutto ciò assodato, il papa ha scelto di occuparsi di un tipo in particolare di famiglia, e cioè di quella che nell’omelia di Filadelfia ha indicato come la famiglia «che invita tutti a partecipare alla profezia dell’alleanza tra un uomo e una donna, che genera vita e rivela Dio. Che ci aiuti a partecipare alla profezia della pace, della tenerezza e dell’affetto familiare. Che ci aiuti a partecipare al gesto profetico di prenderci cura con tenerezza, con pazienza e con amore dei nostri bambini e dei nostri nonni».

Cambiando registro linguistico, la famiglia cui pensa il papa è quella che non solo si costituisce fra un uomo maschio (cioè un individuo biologicamente maschile, contento di essere maschile e oltremodo lieto dell’esistenza delle femmine) e una donna femmina, ma che ha anche lo scopo, in forza dell’unione fra i due, di generare altre vite che, osservando il rapporto fra padre e madre e fra le diverse generazioni di genitori e figli, imparino a riconoscere il volto di Dio. Perché a questo appunto serve la vita umana: «Per conoscere, amare e servire Dio in questa vita e goderlo per tutta l’Eternità».

 

 

Per questo nella stessa omelia il papa ha detto: «Ogni persona che desideri formare in questo mondo una famiglia che insegni ai figli a gioire per ogni azione che si proponga di vincere il male – una famiglia che mostri che lo Spirito è vivo e operante –, troverà la gratitudine e la stima, a qualunque popolo, religione o regione appartenga». Mutando un’altra volta registro: ogni persona che si muova nella direzione descritta sopra avrà la gratitudine e la stima della Chiesa, perché vuol dire che sta operando nella sua medesima direzione: far percepire – in concreto – il modo con cui Dio si occupa degli uomini attraverso il modo con cui i genitori si rapportano tra loro e ai loro figli. Le altre forme di “unità familiare” si chiamino pure “famiglia” ma, al momento, non interessano, non sono a tema.

Un paio di problemi (pseudo-burocratici, as usual). E dunque qual è il problema del sinodo? Il problema è che, fino ad oggi, la famiglia tradizionale – essendo stata considerata, per così dire, un ovvio – non è stata tanto aiutata a vivere in modo da esprimere la propria natura specifica (quella cui pensa il papa): è stata piuttosto l’oggetto di una serie di normative che ne hanno reso il cammino una specie di percorso a ostacoli.

Non si vuole qui far riferimento a quelle fantasmagorie teologico-liturgiche cui si abbandonavano certi sacerdoti che invitavano – citiamo a caso – ad astenersi dai rapporti sessuali in quaresima e negli altri venerdì dell’anno; non facciamo riferimento a certi momenti di spiritualità per le famiglie nelle quali altri (o magari gli stessi) sacerdoti prefiguravano l’educazione dei figli come destinata ad ottenere che i tapini crescessero desiderosi di castrare semet ipsos propter regnum coelorum ottenendo magari che si avverasse solo la prima parte della profezia e che la seconda, il regno dei cieli, si trasformasse in un incubo. Questi sono soltanto succedanei impropri del pensiero della Chiesa.

 

 

Si parla piuttosto di una inclinazione diffusa a pensare la famiglia come un luogo da normare, da usare come riserva di caccia per liturgisti e teologi in cerca di occasioni per dir qualcosa di “spirituale”. Papa Francesco non pensa così. Ha detto a Filadelfia: l’unico modo per far crescere la famiglia nel senso nostro del termine, la famiglia che ci pare meglio (maschio, femmina, figli. Cioè dai genitori dei genitori fino ai figli dei figli) è quello di prendere esempio da quelle che funzionano (gente che si vuole bene, che è lieta di mettere al mondo figli, che non si chiude a riccio su se stessa, che accoglie e costruisce) per aiutarle ad essere quel che Dio le ha chiamate ad essere e non quel che vorrebbero coloro che, in genere, certe cose se le sono dimenticate.

Ministri del matrimonio, secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica, sono la sposa e lo sposo, non il prete che celebra la messa. Il loro ministero si configura nel mettere al mondo dei bambini. Il loro altare può essere il letto, il divano o l’automobile, ma comunque l’obiettivo rimane il medesimo. Diamo a questi ministri il ruolo che spetta loro: non pensino, i monsignori, soltanto a riprendersi un ruolo come se la liturgia avesse loro usurpato uno spazio. Il papa non si occupa delle famiglie che agiscano in modo difforme da quanto detto sopra. O meglio, si occupa anche delle altre, ma solo per fare in modo che possano vedere cosa ci perdono a non essere come quelle, così che gli venga voglia di cambiare.

Prendiamo a esempio i krapfen. A Cavalese (Val di Fiemme), anni fa, c’era un forno in cui facevano dei Krapfen da resuscitare i morti. La parola “Krapfen” indica però anche altri prodotti vagamente riferibili a quello. Il papa è come il padrone di quel forno, che non si occupava di tener conto di come si fosse evoluto il krapfen nel mondo, fino a designare immangiabili aggeggi tondeggianti asfissiati in qualche busta. Lui si occupava di quelli che sapeva fare lui. Gli altri che imparassero, se volevano, a diventare degni di quel nome. Magari lo avessero fatto.

Lascia un commento

Devi loggarti per pubblicare un commento.