La lotta delle indigene ecuadoreñe

L’Ecuador è uno dei più piccoli esportatori di petrolio, ma nonostante tutto spera di attrarre circa 800 milioni di dollari di investimenti, punto cruciale, secondo il governo, per rivitalizzare un’economia ormai stagnante. Il potenziale costo di questa rivitalizzazione, però, è un danneggiamento notevole del territorio del Paese: a dirlo – a urlarlo, per la verità – sono le donne dei gruppi indigeni dell’Amazzonia, che si stanno facendo portavoce delle necessità di arginare le esplorazioni petrolifere, le quali stanno seriamente danneggiando le risorse alla base del sostentamento dei popoli indigeni, le foreste e i fiumi fi aree ancora incontaminate, non colpite dalla deforestazione, veri scrigni di biodiversità.

Il problema sta anche nel modo con cui il governo ecuadoreño sta gestendo la questione. Per legge, infatti, ogni modifica alle attuali regolamentazioni sull’attività estrattiva e mineraria andrebbe concordata con le popolazioni indigene che sui territori risiedono. Una direttiva che, denunciano le associazioni indigene, non è stata per niente rispettato. Così, per far sentire la loro voce le popolazioni indigene si sono organizzate in associazioni, tra cui Confeniae, una confederazione che riunisce circa 1.500 comunità di varie nazionalità amazzoniche, come Kichwa, Shuar, Achuar, Waorani, Cofan e Siona.

 

 

Molti dei rappresentanti dell’organizzazione sono donne, le stesse che si sono presentate di fronte al palazzo del Governo ecuadoreño per chiedere il rispetto dei loro diritti. Sono scese in strada vestite di tuniche e abiti tradizionali, ottenendo, dopo un sit-in di cinque giorni, al quale hanno aderito più di cento indigene, un incontro col presidente Moreno, che già nel dicembre dello scorso anno aveva proposto una moratoria rispetto al varo di nuove misure di sfruttamento per le compagnie minerarie e petrolifere. A fargli cambiare idea era stata una marcia di due settimane, condotta da centinaia di indigeni dall’Amazzonia fino a Quito. A dar loro manforte era poi arrivato anche il risultato di un referendum popolare, nel quale era stata chiara la volontà di preservare la biodiversità del Parco Nazionale Yasuni di fronte agli interessi delle compagnie petrolifere.

Molte delle donne in prima linea per la gestione delle attività delle industrie petrolifere nel Paese sono infatti di etnia Waorani, un gruppo semi-nomade che da sempre vive vicino al Parco Nazionale Yasuni, una riserva che da anni è sotto le mire delle compagnie petrolifere e del gas, oltre che dei taglialegna illegali.

 

 

Le donne hanno presentato al Presidente dell’Ecuador una lista di richieste, il cosiddetto Mandato delle donne dell’Amazzonia, all’interno del quale sono elencate una serie di misure per limitare lo sfruttamento incondizionato delle riserve, tra cui lo stop ai progetti petroliferi, minerari e di diboscamento, oltre che l’avvio di indagini sugli attacchi contro i leader indigeni.

Non è la prima volta che l’Ecuador si trova a fare i conti con situazioni simili: la Corte Interamericana dei Diritti Umani già nel 2012 si era espressa in favore dei diritti delle popolazioni indigene (in quel caso di quelli del popolo dei Sarayaku), ribadendo come sia sempre necessario, prima di qualsiasi intervento nelle riserve, una consultazione preventiva con i leader delle popolazioni locali per definire le modalità di azione.

La protesta, in ogni caso, resta principalmente in mano alle donne, custodi delle risorse naturali, dei terreni e della gestione delle case. Sono loro ad essere in prima linea, pronte per lottare affinché le misure delle compagnie estrattive e minerarie non possano ulteriormente danneggiare il territorio andrebbero a danneggiare.

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