La classifica della sanità italiana
Solo quattro le regioni in salute

Una mappatura a raggi x. Questa volta però il soggetto in causa non è un paziente in cui scovare qualche patologia in atto e impostare il trattamento terapeutico più adeguato, bensì il sistema sanità italiano. Che non gode proprio di perfetta salute, purtroppo, come attesta un’indagine diagnostica dell’istituto Desmoslopika che, da nord a sud, ha fornito per ciascuna regione l’IPS, l’Indice di Performance Sanitaria, salvandone solo quattro, mettendone in quarantena ben nove e ospedalizzandone sette.

Sane, influenzate e malate. Proprio così, al pari di un qualsiasi paziente, sono state giudicate e identificate le nostre regioni italiane in tema sanitario a largo raggio. Loro, che dovrebbero garantire cura e salute ai cittadini, sembrano invece in gran parte deficitarie nell’erogazione di prestazioni sanitarie, nella qualità dei servizi offerti e anche in tutto quanto ruota attorno all’ambito della salute. Ovvero per quanto riguarda esami e ricoveri, tempi di attesa delle prestazioni, possibilità e facilità di accesso alle cure nel rispetto di almeno sette parametri, quelli stabiliti dall’IPS. Tali parametri riguardano il gradimento percepito in funzione dei servizi sanitari erogati e ricevuti; la mobilità attiva, il flusso di fondi in entrata per la compensazione di prestazioni erogate sul territorio di competenza ad assistiti di altro ente, in virtù di leggi o trattati; la mobilità passiva, riferita alla compensazione di prestazioni avvenute fuori dalla regione di residenza; la spesa sanitaria; le famiglie impoverite da spese sanitarie a proprio carico, perché non rimborsate dal Sistema Sanitario nazionale o accorciare i tempi di attesa della prestazione; le spese legali per liti da contenzioso e da sentenze sfavorevoli; i costi della politica.

 

 

La mappa da Nord a Sud. Che cosa ci dobbiamo aspettare dalle nostre regioni? Quella in cui viviamo è in salute oppure no? Ci può assicurare la qualità delle cure e servizi, equamente distribuiti sul territorio regionale? La sanità più sana, senza giri di parole, sebbene ancora perfettibile, si stanzia al Nord. In Piemonte in particolare, risultato la regione migliore secondo tutti i parametri dell’IPS, seguita da Lombardia, Emilia Romagna e Trentino. Sono influenzate, invece, diverse regioni del centro e alcune del nord, per un totale di nove, con alcune sorprese. Come il Lazio, ad esempio, che ha perso ben dieci posizioni rispetto al 2015, risultando così tossicchiante e costretto a scivolare nella categoria inferiore, al pari di Umbria e Liguria, che perdono anch’esse punti e terreno.

Dunque, la classifica delle influenzate sarebbe così strutturata: Valle d’Aosta, Toscana, Marche, Umbria, Molise, Veneto, Liguria, Friuli Venezia Giulia e Lazio, fanalino di coda. Sette le regioni malate, tutte quasi ubicate al Sud: Sardegna, la più sana fra le malate, Basilicata, Abruzzo, Campania, Puglia, Sicilia e Calabria.

 

 

Una situazione generale poco rosea. Al di là dei contesti regionali, emerge un dato preoccupante: nell’ultimo anno circa, 10 milioni di italiani, pari al 17,6 percento, ovvero poco meno di una famiglia su due, ha rinunciato a curarsi per svariati motivi. Il primo, con una percentuale di oltre il 17, è di ordine economico, poi vi sono le lunghe liste di attesa che demotivano alla cura per quasi il 13 percento, cui seguono ragioni di altra natura come l’attesa spontanea della risoluzione del problema che incide per quasi il 7 percento; i timori legati alle terapie che influenzano le decisioni degli italiani nel 5 percento dei casi; l’impossibilità di assentarsi dal luogo di lavoro che ha rappresentato un deterrente nel 5 percento dei casi e infine il federalismo sanitario. Circa 2,4 milioni di italiani, non fidandosi del sistema sanitario della regione di residenza, rinuncerebbe a curarsi perché i costi ‘migratori’ per rivolgersi altrove e trovare una assistenza migliore sono troppo elevati. Insostenibili.

I sistemi più apprezzati. I sistemi più apprezzati, o comunque quelli cui si chiede maggiore qualità, riguardano l’ambito del ricovero: assistenza medica e infermieristica, vitto e servizi igienici per i quali circa un italiano su tre, pari a più del 34 percento, a seguito di un ricovero occorso nell’ultimo anno si dichiarerebbe soddisfatto. A detenere il palmarès di gradimento è il Trentino Alto Adige, con il 100 per 100 dei punti, seguito da Valle d’Aosta, con quasi l’86 percento di soddisfacimento e dall’Emilia Romagna con un indice di apprezzamento superiore all’85 percento. Fanno eco, in negativo, tre regioni: nell’ordine, Molise, Campania e Puglia, dove mediamente la soddisfazione sanitaria in ambito di degenza e prestazioni ospedaliere si assesta intorno al 16 percento.

 

 

Mobilità sanitaria attiva. Per quanto riguarda invece il grado di “attrazione” di una determinata regione in termine di ricoveri di pazienti residenti in altre regioni, ovvero la Mobilità sanitaria attiva, quella maggiore spetta alle regioni del nord o del centro, con la Lombardia che accoglie il maggior numero di pazienti da fuori regione, Emilia Romagna, Lazio, Toscana e Veneto. Mentre in relazione alla mobilità attiva parziale, secondo i dati del 2015, la più apprezzata e accogliente è il Molise, con una percentuale di circa il 28 percento, mentre la meno ospitante e ospitale, secondo gli italiani, è la Sardegna verso la quale migra solo lo 0,9 percento.

Mobilità sanitaria passiva. Come era già avvenuto per l’anno passato, sono ancora una volta i lucani a diffidare delle strutture e servizi presenti in Basilicata, con circa 10mila ricoveri attuati in centri non stanziati sul territorio lucano: un dato riferito solo primi sei mesi del 2015, secondo la graduatoria parziale di Demoskopika. Mentre i più fedeli in assoluto, assicurando un tasso di mobilità passiva basso alla regione, sono i lombardi, di cui solo il 4 percento sceglie di farsi curare altrove e in centri di cura diversi da quelli presenti sul territorio di residenza.

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