La sfida “persa” di Papa Francesco
«Prima i migranti» (sono persone!)

Erano sei anni da quel suo primo viaggio da papa, fatto all’isola di Lampedusa, nel pieno dell’emergenza degli sbarchi. Un viaggio che in qualche modo ha tracciato la rotta del suo pontificato, al punto che lunedì 8 luglio, per questo anniversario, Francesco ha voluto con sé 250 migranti a San Pietro per una messa speciale. È entrato nella basilica appoggiandosi a un pastorale scabro, intagliato nel legno povero di uno dei barconi naufragati allora al largo di Lampedusa. «Dio ci giudicherà da come abbiamo trattato i più bisognosi», aveva detto allora. Un principio ribadito oggi, a condizioni molto mutate sotto ogni punto di vista.

L’estate di quel 2013 era stata segnata dai primi boom di sbarchi: era l’avvisaglia di quel che sarebbe accaduto l’anno successivo con quasi 180 mila arrivi. Erano gli anni in cui l’Italia impegnava la sua Marina nel Mediterraneo per raccogliere profughi sui barconi. Erano anni in cui in tanti morivano nel tentare la traversata del Mare Nostrum (nel 2016 furono 5096, con poco più di 400 corpi recuperati). Migranti mandati allo sbaraglio da una rete criminale di scafisti, spesso in accordo con terminali italiani a cui veniva affidata l’accoglienza. Ora i tempi sono cambiati. Gli arrivi nell’era Salvini sono precipitati dal punto di vista numerico, e per fortuna sono radicalmente calati anche i morti in mare: resta l’incognita di chi è bloccato nei campi di detenzioni in Libia, in condizioni disumane.

 

 

Cambia dunque il contesto, ma la determinazione del Papa resta sempre la stessa: «Sono prima di tutto persone umane e, oggi, il simbolo di tutti gli scartati della società globalizzata». Per il Papa quindi è un delitto chiudere i porti, ma è anche un delitto non saper trasformare l’accoglienza in integrazione: quanti migranti vengono «lasciati in campi di un’accoglienza troppo lunga per essere chiamata temporanea». «Il motto del vero cristiano è prima gli ultimi», ha ribadito Francesco, mostrando di non transigere su questo principio. «I migranti sono solo alcun degli ultimi che Gesù ci chiede di amare e di rialzare», ha sottolineato, citando anche una frase del suo predecessore, Giovanni Paolo II, ora santo, che spesso nelle logiche vaticane, gli viene contrapposto.

C’era stato un momento in cui anche Francesco, si era preoccupato per l’eccesso di arrivi e per l’impossibilità di garantire accoglienza per tutti. Lo aveva fatto nel novembre 2017, presentando il messaggio per la Giornata mondiale della Pace. Aveva raccomandato di accogliere, ma «con prudenza» e aveva confidato in «uno sguardo guidare il discernimento dei responsabili della cosa pubblica, così da spingere le politiche di accoglienza fino al massimo dei limiti consentiti dal bene comune rettamente inteso».

 

 

Oggi, con numeri radicalmente diversi, Francesco è invece tornato a insistere sul valore umano e culturale dell’accoglienza. Lo ha fatto consapevole che, come hanno rivelato i sondaggi, tre fedeli su quattro che frequentano le messe domenicali, hanno votato o sono dalla parte di Salvini. Un leader furbo che sa di aver dalla sua questo consenso e quindi si atteggia con molta spregiudicatezza sbandierando simboli cristiani. Per papa Francesco per ora è una sfida perdente dal punto di vista del consenso. Ma un papa non lavora per il consenso. Piuttosto per la fede del suo popolo. Ed è quella che forse oggi attende di essere curata con pazienza e con amore.

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