La Svizzera vota contro i frontalieri
Ma l’Unione Europea alza la voce

Gli svizzeri, si sa, è gente precisa. Tengono conto di tutto. Nel secondo trimestre del 2016 sanno che ogni giorno sono entrati per lavorare in Federazione 69.616 italiani. Non uno di più non uno di meno. Rispetto al trimestre precedente sono in calo minimo, meno 0,1 percento; rispetto ad un anno fa, siamo al meno 0,2. Insomma situazione stabile.

Non tutti questi italiani vanno in Canton Ticino, perché ad attraversare la frontiera da quella parte sono 62.179 lavoratori ogni giorno. Gli altri settemila frequentano altri cantoni, evidentemente. Ma è in Ticino che sono particolarmente suscettibili, al punto da aver votato con un referendum un Sì a un provvedimento che limiti la concorrenza degli italiani sul mondo del lavoro. Domenica 25 settembre, con il 58 percento dei voti favorevoli, infatti, i ticinesi hanno deciso di ancorare alla Costituzione il principio che privilegia, in caso di assunzione, i lavoratori svizzeri agli altri. “Prima i nostri” era non a caso il titolo, vagamente goliardico, assegnato al voto. In realtà le cose non sono semplici, perché una modifica della Costituzione ticinese deve essere autorizzata dal governo della Confederazione svizzera, dato che l’immigrazione è in Svizzera una questione federale.

 

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Già due anni fa gli elettori elvetici, con un referendum nazionale, si erano detti favorevoli all’adozione di quote di immigrati, mettendo in dubbio il principio della libera circolazione delle persone (i frontalieri italiani sono i secondi per numero, nettamente dietro ai francesi che superano quota 150mila). La questione è intricata perché l’idea di imporre quote è in contrasto palese con la libertà di movimento, un principio sul quale Bruxelles non vuole transigere. La Svizzera infatti, per quanto non sia membro dell’Unione Europea, gode dell’accesso al mercato unico e deve quindi sottostare alle libertà fondamentali, tra cui quella della libera circolazione delle persone.

Il problema vero è che il voto del piccolo Ticino ha rimesso in movimento un domino dalle conseguenze davvero incontrollabili. Infatti il caso svizzero si lega a doppio filo con le vicende legate alla Brexit. Il Regno Unito, dopo aver votato per uscire dall’Unione, sta ora cercando di difendere l’accesso al mercato unico (proprio come Berna), abbandonando però proprio quel principio della libera circolazione delle persone. Un cedimento nei confronti della Svizzera oggi avrebbe conseguenze ben più pesanti nelle trattative con Londra domani: pensiamo che gli italiani in Uk sono dieci volte di più rispetto ai frontalieri ticinesi. Insomma, si scatenerebbe un vero terremoto nel vecchio continente.

 

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Per questo il portavoce della Commissione Europea ha avuto parole che suonano come un avvertimento. «Siamo in discussione intensa con le autorità svizzere», ha detto. «Il voto di domenica non renderà certo più facili i negoziati in corso. Ricordiamo che l’appartenenza al mercato unico impone alla Svizzera di rispettare le quattro libertà fondamentali tra cui la libertà di circolazione».

Ora il governo di Berna ha tre anni di tempo per approvare una legge che tenga conto del voto referendario. Due anni se ne sono andati, la strettoia si avvicina. Forse qualche svizzero, come già è accaduto agli inglesi, si sta pentendo di questo voto dato di pancia, senza pensare alle conseguenze.

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