L’addio alla nostra Banca Popolare
con quattro domande in sospeso

Il 7 febbraio se n’è andato un altro grande pezzo della storia di Bergamo. Si è infatti tenuto l’ultimo Consiglio di amministrazione della Banca Popolare, che il 20 febbraio verrà definitivamente incorporata nella capogruppo Ubi, cancellando un’epopea di quasi 150 anni. Nata nel 1869, la Popolare è cresciuta accorpando altri istituti e riuscendo a mantenere una propria autonomia attraverso il modello federale e la forma di banca cooperativa. Questo fino alla trasformazione in Società per Azioni, imposta dal decreto del governo Renzi di fine 2014. Anche nel decennio post fusione con il Banco di Brescia, che ha portato alla nascita di Ubi, la Popolare ha continuato a essere la banca di riferimento sul territorio bergamasco e, nonostante la crisi, a produrre risultati economici positivi e a rafforzarsi patrimonialmente, tanto da essere definita “la locomotiva del Gruppo”.

 

 

I vertici di Ubi. Al termine del Consiglio di amministrazione il presidente, Giorgio Frigeri, ha voluto pertanto convocare i vertici di Ubi – il presidente del Consiglio di Sorveglianza, Andrea Moltrasio, la presidente del Consiglio di Gestione, Letizia Moratti, e l’amministratore delegato Victor Massiah – e tutti i responsabili territoriali delle divisioni di Bergamo e Varese, per un ultimo saluto e ringraziamento. Con Frigeri erano presenti il vicepresidente Guido Lupini e l’intero Cda della banca, costituito dai bergamaschi Angelo Radici, Ercole Galizzi, Matteo Zanetti, Cristina Bombassei, Riccardo Cagnoni; dai varesini Marino Vago, Paolo Alberto Lamberti, Antonio Bulgheroni e dal bresciano Stefano Gianotti, oltre ai membri del collegio sindacale, Alberto Carrara, Giorgio Berta e Maurizio Vicentini, al direttore Generale Osvaldo Ranica e al suo vice, Silvano Manella. Assenti per motivi di lavoro gli altri due consiglieri bergamaschi: Paolo Agnelli e Giuseppe Guerini. Frigeri, uno degli uomini simbolo della Popolare, insieme alla famiglia Zanetti che l’ha presieduta per decenni, ha elogiato i responsabili e i 3.500 dipendenti, ricordando lo spirito di squadra che ha contraddistinto in questi anni l’azienda.

 

 

Risultati da applausi. Snocciolando i risultati comparati della banca nell’ultimo decennio, spesso pari al doppio di quelli medi prodotti dal Gruppo, Frigeri ha evidenziato il ruolo chiave e di traino che la Popolare ha svolto all’interno del Gruppo Ubi. Al presidente ha fatto eco il direttore generale Ranica, che a seguito della fusione scioglierà il contratto di lavoro, chiudendo 43 anni di militanza, ma che continuerà a svolgere il suo ruolo di Consigliere di Gestione e, come affermato da Massiah, manterrà un ruolo determinante per l’integrazione delle tre ultime banche acquisite: Banca Etruria, Cari-Chieti e Banca delle Marche.

La “bergamaschità”. Moltrasio ha ringraziato il Cda uscente e affermato che nel passaggio dal modello cooperativo alla Spa, il governo ha avuto probabilmente troppa premura a intervenire per sanare un sistema che in alcune situazioni aveva creato delle distorsioni, che Ubi aveva prevenuto realizzando la riforma dello statuto. L’abbandono del modello federale verso la banca unica si è invece reso necessario per una razionalizzazione dei costi. Moltrasio ha inoltre rimarcato con orgoglio la sua “bergamaschità”, essendo nato a poca distanza dalla banca, e elogiato lo “spirito di corpo” di dirigenti e dipendenti, accomunandolo a quello degli alpini apprezzati nell’ultima adunata nazionale tenutasi a Bergamo. Ha ricordato infine l’importanza che la Banca ha avuto per il territorio bergamasco e che dovrà continuare ad avere, senza che ciò significhi cadere in localismi. Per questo, molte delle figure di vertice verranno spostate negli altri territori per “contaminarli” con questo spirito bergamasco che ha fatto grande la Popolare.

 

 

Quattro interrogativi aperti. Un po’ spaesata e quasi imbarazzata di fronte a tanti elogi verso la defunta banca, Letizia Moratti si è accodata, giustificandosi col fatto di essere l’ultima arrivata non essendo stata parte di questa splendida storia. L’incontro si è chiuso con un brindisi benaugurante per l’apertura di una nuova epoca ma con la consapevolezza che rimangono aperti molti interrogativi:

  • Se ne va un altro caposaldo di Bergamo, l’ultima grande banca rimasta. Per il momento la sede di Ubi resta a Bergamo, ma Milano è molto vicina e più attraente anche dal punto di vista dell’immagine per l’alta finanza.
  • I Fondi di Investimento con l’assemblea di aprile hanno dato un segnale forte prendendosi la maggioranza e imponendo la milanese Letizia Moratti alla presidenza del Consiglio di gestione, oltre alla presenza di un loro rappresentante in ciascuna commissione. Il Patto dei Mille, che raccoglie gli azionisti bergamaschi, è troppo debole per incidere sulle scelte future e dovrebbe rafforzarsi con l’acquisto di azioni o con l’entrata di nuovi soci. Oggi però non pare che ci sia particolare interesse verso un settore nel quale non ci sono prospettive di redditività interessanti.
  • Ubi sarà suddivisa in cinque macro aree. L’area di Bergamo e Lombardia ovest ha pochissimo spazio di espansione, essendo già satura. Il valore aggiunto prodotto dal territorio verrà reinvestito sul territorio come è avvenuto in passato – ad esempio con l’aeroporto e la ristrutturazione del Teatro Donizetti – o servirà a coprire i buchi prodotti da altre parti?
  • Basterà “contaminare” gli altri territori con il personale cresciuto con lo “spirito bergamasco” o questa “contaminazione” sarà invece assorbita senza effetti dagli altri territori? Una cosa è certa, come si è potuto intuire anche dalle parole di Massiah: in futuro resteranno pochissime banche protagoniste a fare da polo di riferimento del sistema economico del Paese. Questo significa che ci saranno altre concentrazioni. Auguriamoci che tra le grandi banche del futuro ci sia Ubi, per poter almeno ricordare ai nostri figli che… in principio c’era la Banca Popolare di Bergamo.

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