Intervista a monsignor Bonicelli
«La Chiesa riapra il caso Ghiaie»

Monsignor Gaetano Bonicelli ha novantacinque anni e la mente lucida come se ne avesse venti. Nella notte fra martedì e mercoledì è tornato da un viaggio di otto giorni in Terra Santa e a Petra, in Giordania. Di recente, a un convegno, è intervenuto sulla questione delle apparizioni delle Ghiaie di Bonate del 1944. Bonicelli ha idee molto chiare: tutta la questione va riesaminata, il processo diocesano va riaperto. Ci sono valide ragioni per farlo.

 

 

Eccellenza, lei ha la fortuna di avere una buona memoria, e la sua memoria arriva molto lontano, anche agli anni delle presunte apparizioni della Madonna alle Ghiaie.

«Sì, io sono nato nel 1924, al tempo dei fatti avevo vent’anni ed ero un seminarista».

Che cosa si diceva in Seminario in quel maggio del 1944?

«Poco o niente perché in Seminario a quel tempo non entravano né i giornali, né la radio. La televisione non esisteva».

Quindi lei non ne sapeva niente.

«No, io sapevo perché le voci correvano. E soprattutto perché il fratello di un mio compagno di classe era il curato di Bonate Sopra, un giovane e bravo prete, che poi si rivelò un sacerdote e un uomo santo».

Che cosa si diceva?

«Si parlava di questi fatti straordinari. Ricordo che don Duci, il fratello del mio amico, era molto positivo nei riguardi di quello che stava accadendo, era convinto della buona fede della bambina. Del resto, Adelaide aveva sette anni…».

Adelaide Roncalli ebbe quelle apparizioni nel maggio del 1944, poi questi fatti cessarono e la bambina fu portata dalle suore Orsoline, prima in via Masone e poi a Gandino, in una specie di isolamento.

«Sì perché il vescovo Bernareggi aveva deciso di proteggerla, di tenerla lontana da possibili influenze. Aveva anche ordinato che i preti non andassero alle Ghiaie di Bonate ad assistere a quello che succedeva perché non voleva che si schierassero, non voleva che si creassero i partiti del sì e del no».

Don Cortesi invece ci andò lo stesso.

«Sì, don Cortesi era un uomo eccezionale, di una vivacità intellettuale senza pari. Era mio professore di filosofia in Seminario, lo conoscevo e lo stimavo. Lui era molto curioso e infranse il divieto del vescovo, conobbe la bambina, la accompagnò sul luogo delle apparizioni. All’inizio, lui era molto positivo, poi cambiò idea nel corso dell’inchiesta».

E lei non scappò dal Seminario per assistere ai fatti delle Ghiaie?

«No, io non feci nessuna fuga. Ma quando la scuola finì, a giugno, e fui libero, andai subito alle Ghiaie per vedere quel luogo di cui tutti parlavano».

E cosa vide?

«C’erano migliaia di persone sebbene non ci fosse niente da vedere. Migliaia di persone che pregavano nel prato, davanti a quel punto dove Adelaide si fermava ed entrava in quello stato di trance per cui anche gli spilli che i medici avevano usato per verificare la sua sensibilità non provocavano in lei nessuna reazione. Io ero vestito con la tonaca, come i seminaristi di allora, e feci fatica a farmi largo. C’erano carretti, alcune automobili, autocarri, tutta quella gente. Tutto quel fremere di persone mi convinse che mi trovavo davanti a una cosa comunque seria, molto seria. Sentivo la forza, la speranza di quella gente che pregava. Era un momento del tutto particolare, c’erano le sofferenze per via della guerra, la gente era esasperata».

La Chiesa bergamasca fu affascinata da quello che stava capitando, e prese in simpatia la piccola Adelaide. Anche lo stesso Cortesi.

«Sì, è così. I preti della zona che seguirono la vicenda erano dell’idea che davvero Adelaide avesse assistito a qualche cosa di straordinario e il clero bergamasco istintivamente condivideva questa impressione. Ma non solo il clero bergamasco. Il cardinal Schuster di Milano aveva mandato dei suoi inviati e riteneva che le apparizioni avessero una radice sovrannaturale; padre Agostino Gemelli era di parere simile. Il vescovo Bernareggi costituì una commissione per analizzare la vicenda con attenzione e profondità, a guidare la commissione nominò don Cortesi».

E la commissione, alla fine dei lavori, si espresse in termini negativi, sostenne che alle Ghiaie di Bonate Sopra non si fosse verificato nulla che si potesse ricondurre alla dimensione sovrannaturale.

«Infatti. E il vescovo Bernareggi, il mio grande vescovo che mi cresimò e poi mi ordinò sacerdote, espresse il “Non constat”, un’espressione per dire che gli elementi a nostra disposizione non permettevano di considerare le apparizioni come tali, come eventi sovrannaturali».

Bernareggi sbagliò?

«E che cosa poteva fare? La commissione aveva dato un parere negativo… forse avrebbe potuto ordinare un supplemento di indagine, forse avrebbe dovuto…

 

Articolo completo a pagina 4 di BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 24 ottobre. In versione digitale, qui.

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