Le quattromila gavette dell’Oria
e i 54 bergamaschi morti nell’Egeo

Tutti ricordano, forse hanno letto, le Centomila gavette di ghiaccio di Giulio  Bedeschi, il libro dedicato alla tragica ritirata dell’ARMIR nella campagna di Russia, fra il 1942 ed il 1943. Pochi, forse pochissimi, conoscono l’immane tragedia che l’anno successivo, esattamente il  12 febbraio 1944, vide oltre 4mila “gavette” italiane finire in fondo al Mar Egeo in Grecia. Alle “gavette di ghiaccio e di mare” corrisponde la tragica fine di migliaia di soldati italiani, morti nelle tristi vicende della Seconda Guerra Mondiale. In un caso e nell’altro la gavetta è divenuta il segno di tante vite spezzate, l’ultimo disperato scrigno di umanità per uomini, loro malgrado, mandati a morire.

 

Una gavetta deposta in Grecia ai piedi del monumento dedicato ai caduti dell’Oria.

 

La tragedia del Piroscafo Oria. La tragedia dimenticata dai libri di storia e, soprattutto, dall’ignavia dei burocrati è quella del Piroscafo Oria, una nave norvegese di 2mila tonnellate requisita dai nazisti tedeschi in Grecia, per imbarcare i militari italiani (nelle settimane successive all’armistizio dell’8 settembre 1943) da trasferire nei campi di lavoro in Germania, dopo che questi si erano rifiutati di schierarsi a fianco del Terzo Reich. In Grecia le truppe Italiane e tedesche erano state sino ad allora alleate, ma tutto cambiò all’improvviso, fra lo smarrimento generale di un tremendo vuoto di potere, che portò nella stessa zona al tragico eccidio della Divisione Aqui a Cefalonia, con migliaia di vittime in combattimento e per rappresaglia. Quella dell’Oria non fu nemmeno l’unica tragedia in mare di quegli anni: gli affondamenti del Donizetti e del Petrella provocarono rispettivamente 1584 e 2646 vittime. Complessivamente il totale, più o meno, degli imbarcati dell’Oria, destinati ad Atene e da qui, via terra, in Germania.

L’Oria era una nave varata nel 1920 e le sue enormi stive erano ideali per stipare materiale bellico o, in maniera disumana, migliaia di prigionieri italiani. Salpato da Rodi la sera dell’11 febbraio 1944, il Piroscafo Oria affondò presso Capo Sounion nelle primissime ore del giorno successivo, dopo essersi incagliato nei bassi fondali prospicienti l’isola di Patroklos. I soccorsi, tardivi per circostanze e condizioni meteo, consentirono di salvare solo trentasette italiani, sei tedeschi, un greco e cinque uomini dell’equipaggio, incluso il comandante Bearne Rasmussen. Una tragedia immane, che per quasi settant’anni è rimasta di fatto dimenticata.

 

La lapide posata nel 2014 sul fondo del Mar Egeo.

 

Le ricerche postume. Per quelle migliaia di morti in molti casi su documenti militari e monumenti ai caduti c’era (e c’è ancora) la fredda dicitura “Disperso in Grecia”. Nel 2011 il nipote di un caduto, Michele Ghirardelli, ha raccontato a Rai Uno, a La vita in diretta, delle sue ricerche per rintracciare il disperso Ugo Moretto e degli scenari di una tragedia praticamente inedita alle cronache. In pochi anni sono nati un sito internet e una pagina Facebook. La rete virtuale fa il resto, mentre quelle dei pescatori in Grecia raccolgono gavette che da decenni giacciono a 60 metri di profondità in fondo al mare. Il sub di Atene Aristotelis Zervoudis scoprì il relitto ed ha avuto grandissimo merito per riannodare i fili del ricordo per centinaia di famiglie. Sul sito viene pubblicata una lista degli imbarcati, che apre scenari incredibili di soldati scampati ma inseriti in quell’elenco e altri morti ma mai segnalati ai parenti per trascrizioni approssimative o dispacci non spediti. Nel 2014 i greci hanno dedicato un monumento sulla spiaggia antistante il naufragio a Saronikos ai caduti Italiani. Fra loro anche decine di bergamaschi, elencati in una lista (probabilmente parziale) grazie alle ricerche di Antonio Caprio, un pensionato avellinese.

 

Francesco Bellini con la gavetta dell’omonimo zio recuperata nel Mar Egeo.

 

I bergamaschi sull’Oria. Venerdì 19 maggio alle 20.30 a Fino del Monte (in Alta Valle Seriana) verrà ricordata questa immane tragedia e in particolare la storia che riguarda Francesco Bellini, nato nel comune seriano nel 1922. Era purtroppo a bordo dell’Oria assieme ad altri bergamaschi (qui l’elenco completo) e la sua gavetta, recuperata grazie ad un sub in Grecia, è tornata a casa lo scorso anno, finendo nelle mani di un nipote, omonimo del caduto. Le gavette di ghiaccio e di mare sono disperse in Terra, ma mai lo saranno nel cuore e nel ricordo.

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