L’eterno dilemma sul ruolo sociale
dell’università (e dei suoi studenti)

Vi proponiamo la traduzione di un articolo, pubblicato sul New York Times, intitolato What Is The Point of College?, in cui il giornalista e professore Kwame Anthony Appiah si domanda quale sia il ruolo che deve ricoprire, oggi, l’educazione universitaria nella nostra società.

 

Ho condotto la mia prima lezione universitaria di Filosofia all’Università del Ghana, a Legon, non appena ebbi una qualifica per farlo, cioè all’età di 21 anni. La mia classe era composta da 200 studenti raccolti in un grande salone con i ventilatori sul soffitto che muovevano l’aria calda e umida. Cercando di sovrastare il rumore delle pale e il chiacchiericcio degli studenti, ho provato a spiegare loro perché il fatto che Cartesio credesse all’esistenza di un Demonio che inganna i nostri sensi corrispondesse al fatto che loro non potevano essere certi della mia presenza in quella stanza. Ah, lo scetticismo cartesiano! Mi ricordo di avere disegnato, sulle enormi lavagne, diagrammi a sostegno della mia argomentazione.

 

 

Dopo la lezione, un gruppo di studenti, molti dei quali più vecchi di me, mi seguirono verso casa attraverso il campus. Volevano sapere se fossi realmente preoccupato dalla possibile esistenza di un così potente Demonio. Quello che non mi chiesero, però, fu perché fossero stati costretti ad ascoltare il racconto di una bizzarra teoria formulata da un francese vissuto tre secoli e mezzo prima. Certo, quella lezione faceva parte del programma d’esame che avrebbero dovuto studiare per passare al secondo anno. Ma perché proprio quella? La risposta era semplice: l’università è un posto dove impari questo genere di cose. Ma se l’educazione espande il suo raggio, risulta sempre più difficile stabilire come dovrebbe essere e a cosa dovrebbe servire l’università. Negli Stati Uniti, dove insegno ora, più di 17 milioni di studenti si iscriveranno alle università quest’autunno. Frequenteranno corsi da due a quattro anni, online o in un campus. Alcuni di loro saranno sempre divisi tra la volontà di diventare infermieri e quella, invece, di diventare web designer. Molti entreranno in un programma di due anni sperando di ottenere una qualifica utile o di prepararsi al trasferimento a un’università migliore. Alcuni frequenteranno studi umanistici senza pensare a una futura occupazione. In qualsiasi campo, saranno pochi quelli a cui sarà richiesta la conoscenza di Cartesio come indispensabile bagaglio culturale. Per quale motivo? È difficile trovare l’unanimità su questi temi, perché due distinte visioni educative si combattono nei nostri campus e nelle nostre classi.

Una delle due visioni si concentra sull’utilità dell’università – per i suoi laureati, impiegati e per un’America competitiva su scala mondiale. Quando i candidati alla Casa Bianca parlano di rendere i college aperti a tutte le classi sociali, parlano spesso di benefit che si misurano in dollari e centesimi. Come può questa politica aiutare i conti correnti dei neolaureati o aumentare il Pil? Più le università diventano costose, più i loro studenti vogliono sapere se avranno un ritorno economico dopo il loro investimento. Credono nell’”Università dell’Utilità”.

La seconda visione, invece, ha il suo nucleo in ciò che John Stuart Mill ha chiamato «esperimenti di vita», volti a rendere gli studenti pronti a vivere da uomini e donne liberi – non si tratta di un pensiero totalmente nuovo: la parola liberale in riferimento all’educazione deriva infatti da latino liberalis, che significa “confacente una persona libera”. In questo senso, la preparazione universitaria si configura come un metodo di costruzione dell’anima così come delle abilità della persona. Gli studenti tengono e giudicano i valori da cui vengono guidati, e vorranno inevitabilmente mettere alla prova le loro idee e i loro ideali all’interno della comunità universitaria. L’università, da questo punto di vista, è il luogo dove vengono perfezionati gli strumenti personali per il progetto fondante della società americana: la ricerca della felicità. Benvenuti dunque all’”Università dell’Utopia”.

 

 

Entrambe queste visioni – quella utilitaristica e quella utopistica – illustrano uno dei più grandi dilemmi dell’educazione universitaria. Valutati singolarmente, però, portano a risultati molto diversi tra loro.

Provate a pensare a quanto siano in diminuzione le facoltà con professori di ruolo. Essere di ruolo non significa solamente non poter essere licenziati, ma permettere agli insegnanti di portare avanti progetti di ricerca senza preoccuparsi delle opinioni dei membri del Consiglio di amministrazione, del direttore o della comunità. È una posizione che conferisce quel grado di libertà intellettuale che ha reso le nostre università centri mondiali della ricerca. Le facoltà che assumono professori part-time o a tempo determinato, però, sono molto meno costose. Secondo la visione utilitaristica, gli studenti sono consumatori; hanno quindi bisogni e desideri da soddisfare, a un prezzo che saranno di volta in volta disposti a pagare o meno. Se l’obiettivo è compiacere il cliente, un professore di ruolo che vuole insegnare quello che considera valido potrebbe non essere più un “investimento” conveniente. In più, nelle “Università dell’Utilità”, un metodo molto usato è quello del taglio dei costi. Ai nostri giorni, tre quarti degli insegnanti nelle Università americane non-profit sono assunti part-time senza un buon contratto né un supporto per la ricerca. Alcuni decenni fa erano solo un quarto.

Nelle università utilitaristiche, la ricerca dell’efficienza richiede strumenti per la valutazione degli insegnanti. L’amministrazione diventa un’unità di misura. Anni fa facevo parte di una commissione di una grande università che aveva la funzione di controllare il sistema con cui gli studenti valutavano i corsi che frequentavano. Venne fuori che il predittore più affidabile della riuscita di un corso era la risposta degli studenti alla domanda: “Il professore ti ha mostrato rispetto?”. I clienti amano essere trattati bene, un servizio attento si traduce in una buona recensione su Yelp.com. Ma questa domanda è evidentemente molto diversa da: “Quanto sei cambiato frequentando questo corso? Hai imparato a smascherare i demoni concettuali o ideologici che confondono il tuo buon senso?”.

 

 

Se l’università utilitaristica si preoccupa del valore, quella utopistica invece guarda ai valori. L’ordine del giorno il contenuto delle lezioni, la natura delle comunità all’interno dei campus, o entrambe le cose. Quando tengo un seminario che tratta delle teorie dell’identità e della giustizia sociale, il mio obiettivo è quello di offrire strumenti per l’analisi, così che gli studenti – uomini e donne di diverse etnie, religione e orientamento sessuale – possano valutare da sé la realtà. Ma le discussioni in classe non sono sempre astratte e impersonali: ciascuno di noi ha la sua intima idea e visione. La stessa cosa vale per tutti i dibattiti che nascono all’interno dei campus. Nelle università utopistiche l’obiettivo è creare uno spazio sicuro, mettere in discussione i propri privilegi e sospendere i nostri pregiudizi per promuovere lo sviluppo umano e creare un progresso morale.

[…]

Né l’”Università dell’Utilità” né quella dell’”Utopia” hanno la gestione completa di un campus. Nella caricatura più diffusa si rappresenta lo studente con la media più alta che distribuisce volantini per la conferenza di Naomi Klein, colleziona firme per la petizione contro l’uso dei combustibili fossili e si preoccupa del fatto che l’associazione studentesca per l’equità di genere includa tutte le razze esistenti. Poi c’è il miglior studente di ingegneria, primo della sua famiglia ad iscriversi all’università, che si trascina per il cortile interno con la sua vecchia edizione del libro di scienze (comprata usata). […] I due studenti attraversano gli stessi sentieri solo fisicamente ma è quasi come se frequentassero due college differenti. Uno dei motivi per cui si usano queste caricature è il fatto che le persone non si trovano sempre dalla parte del divario disciplinare in cui ci aspetteremmo di trovarle. Nelle università di scienze umanistiche quasi tutti attingono alla sorgente del miglioramento umano, a eccezione di qualcuno. E sono pochi quelli che perdono completamente la testa riguardo alle voci sulla disoccupazione che li aspetta dopo la laurea.

Ma quando si sovrappongono le due visioni dell’università descritte sopra – quella che la intende come una industria di virtù e quella che la vede come mezzo per la costruzione di un capitale umano – si ottengono inevitabilmente schemi di interferenza, onde di indignazione e turbamento. È quello che ci dobbiamo aspettare quando l’etica dello spazio sicuro si diffonde, come quando gli studenti prendono il mettere in gioco le loro idee come un’offesa. In questi momenti, lo studente è allo stesso tempo il sensibile soldato al servizio delle cause di alto valore morale e il cliente esigente. Nessuno di questi attriti si risolverà da sé probabilmente, perché l’educazione universitaria gioca troppi ruoli. I college non possono semplicemente essere valutati in base al benessere dei loro laureati. Da un lato, il vecchio ideale della conoscenza fine a se stessa non si è estinto; dall’altro, le università sono fabbriche di ogni tipo di bene pubblico. Sono, per esempio, centri della miglior ricerca di oggi. Senza di loro sapremmo molto meno sulla natura del cosmo, sul funzionamento del cervello umano o sui modi per leggere un romanzo. La formazione scolastica superiore non rende infatti la nostra cultura letteraria prospera perchè sforna scrittori, ma perché, piuttosto, è in grado di preparare al meglio i suoi lettori (e sì, aiuta anche a trovare lavoro a tanti scrittori e poeti).

 

 

[…] Questo ci riporta alla questione del dubbio e dei demoni. Qual era il punto di insegnare quel genere di cose? La mia prima classe aveva sicuramente delle riserve riguardo al metodo del dubbio sistematico del signor Cartesio. Una volta rassicurati riguardo alla salute mentale del loro insegnante, però, sono entrati nello spirito delle cose, e, almeno alcuni, hanno avuto la giusta curiosità di scoprire come l’epistemologia – ossia lo studio della conoscenza – potesse essergli utile. Forse non si trattava di una tema pratico, a meno che non stessero cercando lavoro come professori. Ma certamente era un tema interessante, in grado di aprire la mente a nuovi orizzonti. […] Come molti degli studenti che ho avuto successivamente, quei ragazzi hanno imparato che il “cosa-posso-fare” e il “cosa-posso-essere” – e cioè le qualità delle proprie abilità e della propria anima – sono quesiti separati che trattano però tematiche inseparabili. E che l’università può essere un buon posto per provare a rispondere a entrambi.

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