Longuelo allagata e stipendi record
La parola al Consorzio di Bonifica

Mettiamoci l’anima in pace: siamo tutti consorziati. Piaccia o meno, chi è proprietario di un immobile a Bergamo e dintorni, non può sfuggire al pagamento della tassa destinata al Consorzio di Bonifica della Media Pianura Bergamasca. In cambio, per l’appunto, il titolo di “consorziato” a un ente il cui operato, però, è poco noto. Soltanto nell’ultimo anno, infatti, si è tornati a parlarne, e non certo in maniera positiva dopo i tre allagamenti (due l’estate scorsa e uno a inizio giugno 2017) in quel di Longuelo e Astino. Qui abbiamo fatto i conti in tasca a questo ente per vedere di capire dove finiscono i soldi che ogni anno, nostro malgrado, gli diamo. E, con l’aiuto Alessio Agliardi e Umberto Dolci, due dei quindici consiglieri di amministrazione, ci siamo accorti che c’è più di qualche motivo per storcere il naso. Da buoni consorziati, dunque, siamo andati a chiedere numi al presidente Franco Gatti.

Dottor Gatti, lei è un po’ il presidente di tutti noi.
(Ride, ndr ) «Immagino la cosa non vi faccia piacere. Pagare le tasse non piace a nessuno».

Ci tocca. Va detto che il Consorzio, però, ha sempre svolto con efficacia il proprio compito.
«Sì, credo sia così».

Anche se, negli ultimi tempi, le vostre attività si sono ampliate ben oltre la mera bonifica e irrigazione… Non crede che, a voler fare troppe cose, si rischi di non farne bene nessuna?
«No, anche perché l’attività del Consorzio, in realtà, ruota attorno a quattro competenze: irrigazione, bonifica, produzione di energia alternativa e tutela del territorio».

In quale rientra la realizzazione di piste ciclabili?
«Nella tutela del territorio. Sono opere che rendono possibile la fruizione del nostro territorio. Il discorso è ampio. Vedere l’attività del Consorzio confinata al mondo agricolo è sbagliato».

Perché?
«L’ente è nato per un’esigenza irrigua, ma ormai s’è trasformato in qualcosa di più grande, che guarda anche al territorio urbano».

A proposito di territorio urbano: come spiega gli allagamenti di Longuelo?
«Lì, come in altre zone, c’è un problema: la forte urbanizzazione, che non è stata attenta al problema dello smaltimento delle acque. Si è costruito in zone paludose, dove non si doveva costruire o non si doveva costruire così. Se a questo si aggiungono i cambiamenti climatici…».

Quindi è d’accordo con l’assessore Brembilla quando parla di «lottizzazione esagerata»?
«Sì, avvenuta in più senza una valutazione dei rischi».

In che senso?
«Che bisogna sempre tenere conto degli andamenti storici. Anche se, ripeto, oggi le cose sono cambiate».

Quindi era impossibile prevedere quanto successo?
«L’anno scorso è successo che tutto il sistema di smaltimento delle acque della città, che ha come perno la roggia Serio, è entrato in crisi. La roggia non riusciva a scaricare più una goccia e l’acqua tornava indietro. In tal senso, anche il lavoro di informazione del pubblico può aiutare a capire le situazioni»

Per questo finanziate molte opere di divulgazione sul vostro operato?
«Più la gente è informata, più il nostro lavoro viene compreso. È mirabile il lavoro svolto nelle scuole, perché entrare nelle scuole significa entrare nelle famiglie, istruire ed educare alla maggior salvaguardia dell’ambiente».

Con tutte queste attività, però, non è che ne avete trascurata qualcuna?
«No. Semmai, in alcuni frangenti, dobbiamo pensare nuovi sistemi di programmazione, che ricomprendano anche i cambiamenti climatici avvenuti. In questo siamo un po’ in ritardo, sì».

Quindi ammette che, nel caso di Longuelo, ci sono stati dei ritardi nel prendere le dovute contromisure?
«Non proprio. I modelli che c’erano fino a ieri, secondo cui dovevamo progettare le opere guardando alle piogge degli ultimi trent’anni, non valgono più. Lo ha sottolineato anche lo studio su Astino e Longuelo dell’Università di Pavia. Il Consorzio sta redigendo, proprio in queste settimane, il nuovo piano di bonifica della Provincia: per i lavori occorrono oltre ottanta milioni di euro».

E dove li trovate?
«Qui sta il problema. Nei prossimi dieci anni potremmo arrivare a coprire il dieci, il quindici per cento con il contributo dei cittadini bergamaschi, ma se non c’è un forte investimento pubblico non si potrà fare nulla».

I finanziamenti pubblici però sono difficili da ottenere.
«Sì, ma ci siamo accorti che, mettendo in sinergia i vari enti, una soluzione la si trova sempre. L’esempio è la vasca di laminazione del torrente Lesina che inaugureremo a breve: è costata tre milioni di euro, la Regione ce ne ha messo uno e noi due».

A proposito di rapporti tra enti, ad Astino e Longuelo il problema è che ce ne sono troppi coinvolti?
«Diciamo che c’è un groviglio di competenze. Alcune reti sono in capo a noi, altre a Uniacque, poi c’è la roggia Curna del Luogo Pio Colleoni. Il problema sta nel creare una sinergia e superare le singole competenze. Noi ci siamo fatti carico della roggia Curna, ad esempio, anche perché vogliamo acquistarla. I lavori che stiamo facendo sono, in pratica, un anticipo del prezzo di acquisto. Altro esempio è la volontà di farci cedere dal Comune il suo reticolo idrico minore, cosa che già altri Comuni hanno fatto».

State pulendo la roggia Curna?
«La roggia Curna non è nostra. Noi, due anni fa, abbiamo solo realizzato il canale di gronda Nord-Ovest. E basta. Quella roggia non è più utilizzata da tempo e, negli anni, si è riempita di detriti. Quando leggo “è esondata la roggia Curna”, mi vien da ridere. Non può essere, non ci passa acqua. Il problema è che certi cittadini buttano dove non dovrebbero erba o detriti vari».

Altri cittadini, invece, rimangono basiti nello scoprire che siete l’ente pubblico della Bergamasca con la spesa media più alta per dipendente: circa 78mila euro. Il Comune spende quasi la metà.
«C’è un contratto nazionale che prevede certi costi. Non è una nostra volontà. Si può essere d’accordo o meno, ma seguiamo le indicazioni nazionali. Io faccio parte anche del Consiglio di amministrazione dello Snebi (Sindacato Nazionale Enti di Bonifica, ndr ) e stiamo discutendo anche di questo».

Resta una spesa elevata.
«Però bisogna fare anche un altro ragionamento. Siamo un ente pubblico, ma anche economico. Bisogna anche valutare cosa e come si produce. Nel nostro bilancio, il costo del personale incide al venti per cento, mentre l’ottanta per cento delle spese ricade sul territorio con le opere che attuiamo. In altri enti, invece, il costo del personale vale quasi la metà del bilancio».

Resta il fatto che dei cinque dirigenti pubblici più pagati della Bergamasca, tre sono vostri.
«Be’, sono dirigenti all’apice della loro carriera la cui anzianità di servizio pesa, e molto, sulla retribuzione. Questo elemento “falsa” un po’ la statistica di cui mi sta parlando».

Sul piano degli investimenti, invece, voi ne avete fatto uno importante a fine 2016 per l’acquisto di due centraline idroelettriche. Non rischia di escludere altri investimenti al momento necessari per il territorio?
«La volontà è quella di trovare nuove entrate che non siano soltanto le tasse dei cittadini. Le centraline sono un investimento che nulla toglie agli altri investimenti. È come investire in Bot (Buoni ordinari del tesoro, ndr )».

Non è proprio uguale: se si investe in BOT, disinvestire è molto più semplice.
«Anche qui, basta venderle».

Visto il momento, non è facilissimo.
«È vero, ma la redditività delle due centraline è molto alta».

Voi le avete acquistate a 4,7 milioni. Cinque anni fa, ai precedenti proprietari erano costate molto meno.
«Però hanno dovuto rinnovarle. Ci sono state spese ingenti per renderle nuovamente funzionanti e accedere agli incentivi».

Si tratta di un investimento sul lungo periodo. Per la vostra attività, non sarebbe meglio investire sul breve ed evitare immobilizzazioni così importanti?
«Si tratta di un’immobilizzazione economica che non crea problemi nella programmazione. Inoltre assicura un’entrata in più che va a migliorare, nel futuro, il nostro bilancio. Sono due centraline situate in posizioni strategiche, su rogge di nostra proprietà. L’obiettivo è quello di farle rendere almeno il venti per cento in più rispetto al passato e, secondo i primi dati, ci stiamo riuscendo. Del resto anche questo fa parte del nostro core business, essendo noi un ente economico. È un investimento che ci permette di diversificare».

I consiglieri Agliardi e Dolci ritengono invece si tratti di un investimento a guadagno zero o addirittura in perdita.
«Non è assolutamente così. Il consigliere Dolci, inoltre, fino all’altro giorno diceva che bisognava investire nel settore energetico. Ora, invece… Ma ognuno è libero di cambiare idea».

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