Milano 1944, la strage dei bambini

Loreto, oltre che un santuario nelle Marche, è una fermata della MM, la Metropolitana Milanese. Sopra c’è piazzale Loreto. Vuol dire Mussolini e Claretta Petacci appesi. Vuol dire la donna che con la spilla da balia chiude la gonna di Claretta perché “non aveva su le mutandine”. A Loreto si incontrano la linea 1, la rossa, e la 2, la verde. La 1 prosegue verso Turro, Gorla, Precotto. La verde verso Crescenzago, Gobba e oltre. Formano i lati di un triangolo che ha come vertice Loreto.

Il 20 ottobre 1944 – la guerra sarebbe finita sei mesi dopo – su Turro, Gorla, Precotto e Crescenzago si scatenò l’inferno. A Gorla c’era una scuola elementare: la Crispi, la scuola di Gorla. Dentro c’erano maestre e bambini. Morirono tutti o quasi tutti.

Dal sito http://www.piccolimartiri.it/index2.htm: “Dario Franchi nel 1944 era un alunno di prima elementare. «Aveva sette anni perchè ha dovuto ripetere, è stato bocciato. Non era colpa sua, sono io che ho scoperto che la maestra lo picchiava col righello e l’ho detto alla direttrice. Era buono Dario, e aveva paura di tutto. Degli aerei non ne parliamo, si tappava le orecchie, poverino. Quella mattina è andato a scuola con i suoi compagni e io l’ho fermato sulla porta perchè ho visto che aveva l’orlo del grembiulino nero scucito. Gliel’ho attaccato di corsa e ho pensato «chi cuce indosso va nel fosso». Mio Dio, che pensiero mi è venuto, alle 11 e 25 la bomba me l’ha portato via per sempre».

Gina Fiorentini faceva la sarta in casa, il marito l’operaio alla Breda. Alle 11 e 20 suona la sirena, ma solo la seconda, non quella che avvertiva per tempo dell’avvistamento degli aerei. Erano 100 bombardieri alleati diretti da Foggia alle fabbriche metalmeccaniche oltre la ferrovia di Greco, la Breda, la Falck, la Marelli. Uno di loro si stacca dal gruppo e sbaglia rotta, un errore di 22 gradi che gli impedisce di sganciare sull’obiettivo. Pur di liberarsi del carico, o chissà perchè, il pilota americano decide di sganciare dove si trova: sotto di lui vede case e strade, ma sgancia ugualmente. Una bomba centra la scuola di Gorla, le altre a tappeto radono al suolo l’area periferica di Milano che alla fine raccoglie 635 cadaveri.”

Qualche tempo dopo genitori e i parenti delle maestre decidono di erigere un monumento. Monumentum significa “che serva da monito”. Dal racconto della signora Elisa Zoppelli Rumi che narra la vera storia del Monumento ai Piccoli Martiri. […]:

Mio marito ed altri padri delle vittime si recarono a Palazzo Marino per ottenere la concessione del terreno sopra il quale sorgeva la scuola, ma poichè non si riusciva ad ottenerla, in quanto volevano effettivamente costruire un cinema, mio marito si alzò in piedi e disse queste testuali parole: “Ma la vita dei nostri figli vale dunque così poco?”. A questo punto il sindaco, avvocato Antonio Greppi, commosso, allargò le braccia e rispose: “Sono padre anch’io… fate del terreno quello che volete”. […]

Noi genitori, compatti, ci adoperammo in mille modi per procurarci i fondi necessari per avviare i lavori. I padri cominciarono la pietosa opera di scavare fra le macerie della scuola e a togliere ad uno ad uno i mattoni, alcuni dei quali riportavano tracce evidenti dell’accaduto. Ogni mattone, se era in buono stato, valeva due lire, se era rovinato una lira soltanto. Quante lire mi sono passate per le mani e quante ne ho incollate e riordinate, stirandole! Ma il ricavato della vendita era troppo poco.

Cominciammo a raccogliere e vendere i tappi di stagnola delle bottiglie del latte, anche se questo ricavato era insufficiente. Contribuimmo poi alle spese in parte anche noi genitori e quante privazioni subimmo, perchè subito dopo la guerra la vita era molto cara e difficile per tutti. Intervenne allora la dottoressa Montagnani, che ci venne in aiuto organizzando al teatro alla Scala una serata di beneficienza e così poterono iniziare i lavori. Occorrevano però altri fondi e così la dottoressa Montagnani ci venne ancora in aiuto procurandoci del ferro, gentilmente offerto dalle Acciaierie Falck, in modo tale che il ricavato della vendita sarebbe servito per la prosecuzione dei lavori. La Rinascente, per la sua sede distrutta dalla guerra, avanzò del marmo di Candoglia e ce lo offrì: questo marmo venne utilizzato per l’approntamento dei loculi delle nostre vittime.

Venne in seguito organizzato un concorso tra alcuni scultori per eseguire un bozzetto del Monumento da dedicare ai nostri bambini e fra questi scegliemmo quello più adatto, realizzato dallo scultore Remo Brioschi. Detto bozzetto raffigurava una mamma piangente sulle cui braccia distese è adagiato il figlioletto morto per la guerra. Questo scultore si commosse e ci aiutò: realizzò l’opera d’arte chiedendo un compenso minimo. I fondi erano però ancora insufficienti e decidemmo allora di far stampare alcune cartoline raffiguranti il bozzetto e di venderle nelle scuole con l’approvazione del Provveditore agli Studi, professor Mazzuccanti.

Tre anni dopo “i responsabili dell’eccidio offrirono una forte somma perchè il Monumento venisse demolito in quanto era una prova evidente del loro gravissimo sbaglio che li aveva portati a sganciare le bombe sulla scuola di Gorla invece che sullo scalo ferroviario di Greco”.
Ovviamente non se ne fece niente, Per quanto grande sia una somma non può mai valere i tappini del latte, un mattone sbrecciato, le cartoline del bozzetto.

Cosa era successo. Come riportato dalla signora Elisa Zoppelli Rumi, la 15a Air Force statunitense di stanza a Foggia aveva deciso di bombardare una parte degli impianti industriali di Milano. La città aveva già subito altre pesanti incursioni: tutti ricordano i versi di Salvatore Quasimodo in Milano, Agosto 1943: Non scavate pozzi nei cortili: /i vivi non hanno più sete. /Non toccate i morti, così rossi, così gonfi: / lasciateli nella terra delle loro case: /la città è morta, è morta.

Un anno e mesi dopo toccò a Gorla. Ma solo per caso. Erano un centinaio gli aerei che divisi in tre gruppi, partirono da Foggia al mattino per raggiungere l’obiettivo verso le 11 e mezzo. Ogni aereo aveva a bordo 10 bombe da 220 Kg. che, sganciate da un’altezza di 33.000 piedi circa, impiegavano 3 minuti a raggiungere il suolo. Gli aerei del 461° e del 484° gruppo arrivarono a bersaglio senza problemi. Il 451°, invece, raggiunto il punto da cui doveva iniziare l’attacco, a causa di un problema all’impianto elettrico del leader della formazione si trovò a sganciare il proprio carico di bombe su Saronno. Poco male: le bombe caddero in aperta campagna. Una seconda ondata della medesima formazione, che seguiva a distanza, sbagliò rotta. La missione era da considerarsi fallita.

Che fare delle bombe, già innescate? Riportarle a Foggia era impensabile. Avrebbero potuto sganciarle, mentre tornavano alla base, in una zona disabitata. Invece no. Il comandante decise di liberarsene subito, nonostante il cielo sgombero gli permettesse di vedere cosa c’era sotto. Sotto c’era la scuola di Gorla e le case, i negozi, le strade, le solite cose che ci sono in un paese. Suonò la sirena, ma in tre minuti, dove volete che si riesca ad andare? Con l’orlo del grembiule cucito di corsa, fra l’altro.

Un’ultima cosa: nel sito piccolimartiri, accanto alla minuziosa ricostruzione dei fatti, una cosa colpisce: il ricordo della scuola di Beslan dove Russi e Ceceni fecero quel che fecero. Vuol dire che la pietà, la memoria del dolore che rende fratelli, è un sentimento ancora forte fra la nostra gente.