Maya, il mistero della scomparsa
e la sua soluzione in fondo al mare

La sorte dei Maya? Va cercata in fondo al mare. Questo, almeno, è quello che dicono i ricercatori della Rice University e della Louisiana State University, in un recente studio pubblicato sul giornale Scientific Reports, dove si è arrivati a rispondere con credibilità ad un quesito mai risolto relativo alla storia dell’America precolombiana e, nello specifico, alla fine dei Maya. Per quale motivo – ci si è chiesti a lungo – questa popolazione, capace di costruire città funzionali e in grado di sviluppare numerose discipline come arte e sport, architettura e agricoltura, commercio e scienze, ad un certo punto della sua storia ha abbandonato tutto ed è sparita, passando da potenza regionale a civiltà perduta?

La risposta è nel mare. Negli anni si è tentato di offrire le più svariate risposte: i malcontenti interni e le rivolte della popolazione contro sacerdoti e nobili, i conflitti con altre civiltà limitrofe, carestie e guerre. Ciò che invece è emerso dallo studio recente è che a far morire i Maya sarebbero stati, semplicemente, due secoli di siccità. E a sostenerlo è stato il mare, o meglio, il Great Blue Hole, una dolina carsica dalla forma perfettamente circolare e profonda centinaia di metri, al largo delle coste del Belize nel Mar dei Caraibi. Dai fondi di questo buco gli studiosi delle due università americane sono riusciti a recuperare rocce e sedimenti risalenti all’800-1000 dopo Cristo, l’epoca in cui appunto i Maya sarebbero andati verso il loro declino. Le componenti chimiche di queste rocce parlano chiaro: c’è pochissimo titanio e alluminio. Segno che si susseguirono, per due secoli, pochissimi cicloni tropicali e lunghi periodi di siccità.

 

 

Tutta colpa della crisi idrica. Occorre spiegare che la penisola dello Yucatan, dove appunto la civiltà Maya è fiorita, scarseggia di risorse idriche naturali, per tanto questo popolo s’affidava all’acqua piovana che veniva accumulata nei cenoti, profonde grotte calcaree dal valore sacro, oppure nei chultunes, altre vasche profonde scavate dall’uomo. Se davvero, come dice lo studio, la regione è stata investita da due secoli di surriscaldamento climatico, si può ipotizzare che i Maya siano rimasti totalmente senza acqua potabile, costretti così a muoversi per cercare miglior sorte.

Il malcontento dei ceti più poveri, le carestie e i conflitti coi popoli vicini non sarebbero quindi altro che conseguenze di questa crisi idrica. Così si spiega perché attorno al 900 le città Maya sarebbero state abbandonate: in seguito vi sarebbe stato un secondo periodo di secca che avrebbe compromesso ulteriormente gli equilibri civili, con la poca acqua non potabile a moltiplicare le malattie, la siccità ad uccidere il grano e i gruppi rivali ad osteggiarsi sempre di più.

 

 

La rinascita in una nuova civiltà. A dare ragione a questa idea sarebbe anche la storia della città di Chichen Itza, che sta lungo la costa: fiorita dopo il 1000, quasi di sicuro avrebbe raccolto tanti Maya fuggiti dall’arido sud per edificare una nuova versione nordica della propria civiltà. Poi anche qui sarebbe arrivata una seconda ondata di siccità a distruggere la città e a sparpagliare i Maya in numerosi piccoli gruppi arroccati nelle foreste, dove hanno provato a sopravvivere al passare dei secoli e all’arrivo dei conquistadores spagnoli.

I cambiamenti climatici, invece, non sono nuovi a svolte storiche: avrebbero causato anche la fine di alcuni imperi mediorientali, come quello degli Accadi e dell’antico regno egizio, attorno al 2200 avanti Cristo. Qualcosa di simile si è ipotizzato anche per la cultura mochica, in Perù, così come per gli anasazi, popolo ancestrale d’America precedente addirittura agli indiani.