I numeri dicono che gli immigrati
tengono a galla la nave Italia

La questione degli immigrati è una delle più discusse di questi mesi, e rispetto alla quale le opinioni e i giudizi si abbarbicano su posizione diametralmente opposte: c’è chi sostiene che rappresentino una minaccia agli equilibri sociali ed economici dell’Italia, e chi invece pensa che siano la manna per un Paese demograficamente ed imprenditorialmente in una situazione di stallo. Come sempre, al di là della ragionevolezza o meno delle tesi portate avanti, ciò che può dare una grossa mano a dirimere la diatriba sono i numeri, quei testardi elementi che, però, sono difficilmente confutabili. Gli ultimi disponibili, e parecchio interessanti, li ha forniti il Censis, che inquadrando l’incidenza degli immigrati sul nostro Paese ha concluso che senza di essi saremmo prossimi a qualcosa di molto simile allo sbando.

 

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Nel tessuto imprenditoriale. Partendo dal dato shock, il Censis certifica che senza immigrati in Italia ci sarebbero ben 450mila aziende in meno, frutto dell’iniziativa di tanti che una volta arrivati nel nostro Paese si rimboccano le maniche e creano qualcosa, al contrario di quello che lo stereotipo comune possa far credere. Con un vantaggio, per di più, in termini di tutela del Made in Italy, ambito entro il quale gli immigrati sono silenziosamente entrati fino a raggiungere posizioni letteralmente salvifica per quanto riguarda le eccellenze nostrane. Il settore dell’oreficeria nell’aretino (viva e vegeta grazie all’apporto di pachistani, bengalesi e romeni), la realtà cinese nel tessile di prato, il metallo a Brescia, la rubinetteria, le valvole e il pentolame nella zona di Lumezzane: tutti comparti, in cui storicamente le aziende italiane primeggiano, che senza l’apporto degli stranieri degli ultimi anni non avrebbero più avuto la possibilità di andare avanti, e sarebbero state costrette a chiudere bottega. Per quanto riguarda la vera e propria titolarità dell’impresa, oggi il 14 percento degli imprenditori del nostro Paese è straniera, cresciuti di quasi il 50 percento dal 2008 in un periodo in cui le aziende a guida italiana sono calate del 10 percento. Numeri che fanno riflettere.

Demografia e previdenza. Da un punto di vista demografico, l’Italia è notoriamente un Paese in profonda difficoltà, con una popolazione sempre più vecchia e un livello di nascite in perenne picchiata. Una patologia che non rileva solo dal punto di vista del dinamismo e dell’intraprendenza sociale, ma anche previdenziale, con il costo delle pensioni ormai ad un passo dall’insostenibilità. Ebbene, anche su questo gli immigrati ci stanno dando una grossa mano: senza di loro, l’Italia avrebbe 2,6 milioni di giovani under 34 in meno, e dunque sull’orlo del crac demografico. La propensione delle famiglie straniere a fare figli è imparagonabile rispetto a quelle italiane: fra il 2008 e il 2015 i bambini nati da genitori italiani sono calati del 15 percento, al contrario di quelli da coppie straniere, in perenne aumento; dei 488mila nati nel 2015, la peggior rilevazione dall’Unità d’Italia, il 16 percento (73mila) hanno genitori immigrati.

Si potrebbe pensare che dati del genere possano pesare come un macigno sul sistema previdenziale, ma la smentita arriva pronta e celere: gli immigrati che percepiscono una pensione, oggi, sono appena 141mila, nemmeno l’uno percento dei complessivi 16 milioni di pensionati del nostro Paese, e solo 120 mila sono gli stranieri che percepiscono prestazioni di sostegno al reddito. Per tirare delle somme generali, infine, senza gli immigrati nell’ultimo anno ci sarebbero state il 20 percento di nascite in meno, una scuola pubblica senza circa 35mila classi e 68mila insegnanti, e 693mila lavoratori domestici mancanti all’appello, ovvero circa il 77 percento del complessivo. Numeri che occorrerebbe tenere bene a mente quando si affronta la delicatissima (che, si intende, non può essere ragionata esclusivamente in termini economici) questione degli immigrati.

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