Perché arrivano sempre più profughi

Esperti della Commissione europea, delle autorità italiane e dell'agenzia europea per la protezione delle frontiere, Frontex, si riuniscono oggi a Roma per discutere il possibile avvio di una missione rafforzata nel Mediterraneo, definita "Frontex Plus".

Quando, un anno fa, si cercò di trovare una risposta al problema dei morti in mare nel Canale di Sicilia, la soluzione sembrava semplice: si pensava di pattugliare e monitorare la zona per salvare chiunque fosse trovato in procinto di affondare nelle acque marittime. La chiamarono Operazione Mare Nostrum. Nome quanto mai sinistro, per altro, in quanto la versione originale sottintendeva una delle più efferate stragi dell’antichità: la presa di Cartagine nel 146 a.C. da parte di Scipione. Dopo la quale il Mediterraneo occidentale diventò appannaggio della marineria italica: “nostro”, appunto.

Ad ogni modo, oggi, dopo mesi, si è capito che la risposta al problema non era quella giusta. il Ministro Alfano è costretto ad alzare bandiera bianca: l’Italia non può più sostenere l’impegno, non ci sono le risorse economiche per farlo. Serve un intervento dell’Europa. Ma l’Europa non sembra intenzionata ad aiutare il Belpaese, perché sa benissimo che il sostegno economico non sarà mai sufficiente, se si continuerà ad affrontare in questo modo la tragedia in corso.

Per analizzare davvero la situazione bisognerebbe porsi la domanda fondamentale: come mai ne arrivano così tanti, di candidati alla morte per acqua? Anzi: come mai ne arrivano sempre di più? Affrontare la questione in questi termini aiuterebbe se non altro ad evitare che si pensi ad ogni naufragio come ad un fenomeno isolato. Titoli come: “Nuova tragedia in mare”, “Ancora una strage a largo di Lampedusa”, ancorché legittimi, distraggono l’attenzione, nascondono il problema.
La tragedia non è un episodio isolato. Al contrario, è una sola e sempre la stessa.

Così, gli ultimi avvenimenti – quelli libici di venerdì – non sono né casuali né isolati, come mostra quest’intervento di Medici per i Diritti Umani. Eccone qualche stralcio:

«Il primo Paese che ho raggiunto è stato l’Etiopia e lì mi sono fermato per sei mesi. Poi ho proseguito verso il Sudan, ma è molto pericoloso perché i Rashaayda rapiscono le persone e la polizia di frontiera ha l’ordine di sparare contro chi tenta di attraversare il confine. Prima le persone rapite venivano vendute in Egitto, ai beduini del Sinai, che chiedevano il riscatto telefonicamente alle famiglie, come è accaduto a me. Ora invece non si può più arrivare in Israele, quindi il percorso è cambiato. I Rashaayda rapiscono le persone al confine o nel campo profughi di Shagarab e le liberano solo se le famiglie pagano il riscatto, altrimenti le uccidono». Così racconta S., stanco ma risoluto uomo di 28 anni, che ha raggiunto le coste della Sicilia dopo un viaggio durato quasi quattro anni, tra rapimenti, riscatti, attese e torture.
[…]
Come per molti migranti provenienti dal Corno d’Africa, per S. quella di lasciare il proprio Paese, non è stata una scelta.
[…]
Così Amnesty International descrive l’Eritrea nel rapporto del 2013 sulla situazione dei diritti umani nel mondo: “L’arruolamento militare nazionale è obbligatorio e spesso esteso a tempo indeterminato. E’ obbligatorio anche l’addestramento militare per i minori. Le reclute sono impiegate per svolgere lavori forzati. Migliaia di prigionieri di coscienza e prigionieri politici continuano ad essere detenuti arbitrariamente in condizioni spaventose. L’impiego di tortura ed altri maltrattamenti è un fenomeno diffuso. Non sono tollerati partiti politici d’opposizione, mezzi di informazione indipendenti od organizzazioni della società civile. Soltanto quattro religioni sono autorizzate dallo stato; tutte le altre sono vietate e i loro seguaci sono sottoposti ad arresti e detenzioni”. S. è partito dall’Eritrea nel 2009 dopo essere stato prelevato con la forza dalla scuola che frequentava e costretto alla leva militare a tempo indeterminato.

Due annotazioni per capire esattamente di cosa si sta parlando: i Rashaayda (Rifugiati) sono nomadi originari dell’Arabia Saudita che comandano nella zona tra il Sudan e la Libia da una parte e l’Egitto e Israele dall’altra. Di mestiere fanno i commercianti di uomini. Tutte le fonti li danno per ferocissimi.
Il campo profughi di Shagarab si trova in Sudan, ai confini con l’Eritrea. Il governo Eritreo non è nomade, ma è ugualmente feroce e molti suoi funzionari hanno trovato modo di integrare lo stipendio commerciando in armi e persone. Il campo di Shagarab, pur trovandosi oltre confine, è per loro una ricca riserva di approvvigionamento grazie ai rapporti stipulati coi sorveglianti sudanesi ugualmente interessati ai guadagni in nero.

Lo scritto di Medici per i Diritti Umani consente altresì di notare che nel fenomeno dei barconi, cui l’Europa dichiara di non essere interessata per scarsità di fondi, è implicato non soltanto il Mediterraneo Occidentale (Libia, Tunisia) ma il Mediterraneo nella sua interezza, perché molti degli imbarcati nei porti nordafricani provengono dalla Siria. Oggi: dal califfato di al-Baghdadi.

Una cosa che lo scritto non dice, perché è di qualche tempo fa, è che in Libia alcune città stanno diventando ricche grazie ai cantieri navali in cui rimettono in ordine vecchie imbarcazioni per consentir loro di riprendere il mare. Di galleggiare per qualche ora, sarebbe l’espressione più adatta. Queste città soffrirebbero in caso di riduzione dei flussi migratori. Dunque, è loro interesse alimentarli. Di questa attività hanno dato oggi notizia anche due giornali italiani, La Stampa e il Corriere della Sera.

Per approfondire: uno studio del 2013.