Fallita la campagna Usa anti-oppio
Per l’Afghanistan record di sempre

L’ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (l’Unfdac) ha reso noto il numero di ettari destinati alla produzione di oppio in Afghanistan per il 2013, la «più alta estensione di piantagioni di sempre». Si tratta di 209mila ettari totali, ovvero 2090 chilometri quadrati; un record che stacca notevolmente i numeri di qualche anno fa (l’ultimo record, registrato nel 2007, ne contava 193mila), segna un aumento rispetto al 2012 del 36 percento (più 193mila ettari da un anno all’altro) e preoccupa non poco gli Usa e gli altri Stati membri della coalizione internazionale che ha investito all’incirca 7,6 miliardi di dollari nella battaglia per lo sradicamento delle colture.

Il record assoluto della coltivazione d’oppio. «I dati da record assoluto», conferma John Sopko, il nuovo ispettore generale statunitense incaricato della ricostruzione afghana, «mettono in discussione l’efficacia delle iniziative e rendono insostenibili gli sforzi finanziari precedenti». Sostanzialmente: soldi buttati. Nella lettera che ha inviato al segretario Usa John Kerry e ad altri funzionari dell’amministrazione ricorda gli interventi effettuati qualche anno fa, che «alla fine avevano dato i loro frutti: la produzione era calata e il processo di riconversione delle colture era stato accolto con favore dai contadini». Il rapporto, peraltro, sottolinea errori e fallimenti dell’azione americana nell’operazione: le missioni degli States si sarebbero concentrate nell’area orientale, quella lontana dalle principali piantagioni, e avrebbero attuato sequestri di oppio irrisori (si parla di 41 chili di oppio, quando la produzione annua è di circa 5,5 milioni di chili) e sempre più rari.

Un’importante risorsa economica. Così, ora, l’Afghanistan soddisfa da solo l’80 percento della domanda mondiale e si calcola che il guadagno per la vendita dell’oppio relativo all’anno 2013 ammonti a 3 miliardi di dollari (più 50 percento rispetto all’anno precedente). Che va a costituire una voce fondamentale nel bilancio e nel Pil di un Paese che non possiede alcuna economia alternativa alla produzione di pasta base destinata alla fabbricazione di morfina ed eroina. Gli stessi talebani, che durante il loro regime (ne avevamo parlato qui) avevano vietato la coltivazione per motivi religiosi, devono averlo capito, se negli ultimi dodici anni hanno spinto per una drastica inversione di rotta. E possono ora usufruire di denaro sempre nuovo, seppur spartito con i narcotrafficanti.

 

 

Per di più, la situazione tenderà ad intensificarsi nei prossimi anni e ulteriori aumenti delle coltivazioni sono previsti per il 2014: la produzione si sta infatti espandendo nelle regioni considerate finora oppium free (tra le altre, la zona di Nangarhar e Helmand e le regioni desertiche a sud-ovest del Paese). Per di più, se da un lato la coltivazione è rivolta principalmente al commercio internazionale, il consumo di droga è aumentato anche in Afghanistan: si è arrivati a 1,3 milioni di consumatori nel 2012, 300mila in più negli anni che vanno dal 2005 al 2009.

Una tradizione secolare. Ma perché proprio l’Afghanistan, viene da chiedersi. Per scelta dei talebani, appunto, per questioni di affari internazionali e denaro, ma anche per tradizione secolare. I contadini e i proprietari degli appezzamenti di terra coltivano da generazione i papaveri. Lo hanno fatto i loro padri, i loro nonni e i loro trisavoli. Fa parte delle loro vite e della loro cultura ed è una pratica che offre sostentamento a migliaia di famiglie, consentendo loro di sopravvivere per buona parte dell’anno. Tutti, infatti, possono partecipare alla coltivazione dell’oppio, a patto di essere maschi, avere tra i 12 e i 70 anni e saper maneggiare l’arnese particolare che viene utilizzato per l’operazione. Che è una tavoletta su cui sono applicate tre piccole lame, adoperata per incidere il bocciolo ed estrarre la pasta bianca; poi la sostanza, annerita dal contatto con l’ossigeno, viene raccolta con gesti sapienti e un’altra spatola. Si avanza sempre senza indietreggiare, nella piantagione, per evitare di rovinare le piante incise.