Perché le nuove partenze dall’Africa

Perché sono riprese le partenze dall’Africa? Negli ultimi giorni le cronache hanno raccontato di barconi di disperati, in condizioni di assoluta precarietà, che hanno lasciato le coste libiche per tentare un’improbabile traversata nel mare gelato di gennaio. Tre giorni fa uno di questi canotti ha iniziato a imbarcare acqua a circa cinquanta miglia dalla Libia: i morti sarebbero stati centosettanta. Domenica 20, invece, un barcone con cento migranti a bordo in difficoltà a circa sessanta miglia dalle coste è stato riportato in Libia trainato da un cargo della guardia costiera del paese maghrebino. È stato il premier Giuseppe Conte, tramite l’intelligence italiana a imporre alle autorità libiche l’intervento di salvataggio.

Nel gennaio di quest’anno (primi 17 giorni) si sono registrati solo centoventun sbarchi sulle coste italiane. Lo scorso anno in tutto il mese erano 4.182: è evidente quindi che siamo di fronte ad un fenomeno che, con le buone e con le cattive (decisamente vale di più la seconda ipotesi), è stato quasi neutralizzato. C’è ancora chi tenta la traversata pur sapendo le difficili condizioni di sbarco nei porti europei (non solo italiani), e questo è la causa di un numero percentualmente più alto di morti rispetto al passato: numericamente meno, ma in proporzione rispetto a chi parte, di più.

 

 

Certamente, alla base di questa drammatica ripresa delle traversate in condizioni sempre più fragili c’è la situazione di caos in cui versa la Libia. Il tentativo italiano che in autunno con il vertice di Palermo ha cercato di tessere un dialogo anche con Khalifa Haftar, il comandante che controlla la zona orientale della Libia, la Mauritania. Haftar è stato messo nel mirino dalla Corte penale internazionale per reati di guerra: questo ha finito con l’indebolire la posizione di Fayez al Serraj, presidente del governo riconosciuto a livello internazionale. In questi gironi Tripoli è stata al centro di scontri che hanno causato tredici morti. Serraj è accusato di una gestione personalistica del potere, per via delle tante nomine operate senza consultare nessuno. Al punto che settimana scorsa si è arrivati ad una dichiarazione di sfiducia da parte dei tre vice del presidente.

 

 

In questa situazione di caos, dove spesso accade che si attacchino anche le autoambulanze che portano i feriti degli scontri in ospedale, chi paga il prezzo più drammatico sono proprio i migranti rinchiusi nei centri di detenzione e costretti a vivere in condizioni di violenza brutale. Non è un caso che quasi tutte le testimonianze raccolte tra i migranti abbiano sempre lo stesso refrain: meglio morire piuttosto che tornare nelle galere libiche. I centri di detenzione sono concentrati lungo le coste libiche, in particolare nella zona ovest del Paese. Qui, in particolare, è in azione la Brigata 48, un gruppo armato composto da centinaia di civili, poliziotti e membri dell’esercito che da tempo si è messo a presidiare le coste libiche, bloccando le partenze degli immigrati per l’Italia. Ora è probabile che proprio da loro arrivi un ricatto verso l’Italia, con questa improvvisa ripresa delle partenze, in un momento dell’anno in cui la traversata comporta molti più rischi. Certamente il segnale lanciato domenica da Conte rappresenta però un fatto importante, perché vuol dire che il premier italiano ha ancora canali aperti per farsi ascoltare dalla autorità libiche, senza restare in balia delle bande.

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