Perché non è possibile che Trump
vada incontro a un impeachment

Il prossimo 24 maggio sarà un giorno delicato per Donald Trump. Alle 9.30, l’ex direttore dell’Fbi James Comey si presenterà davanti all’Oversight Committee della Camera per un’audizione. Comey, com’è noto, è stato silurato il 9 maggio da Trump a sorpresa  e quindi potrebbe sfruttare l’occasione per raccontare la sua verità su fatti che possano mettere nei guai il presidente. La questione sulla quale sarà sentito è ben nota: secondo le rivelazioni del New York Times, il 14 febbraio scorso, Trump avrebbe chiesto a Comey, di «lasciar correre» su Michael Flynn, l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale costretto alle dimissioni perché travolto da Russiagate. Flynn era stato solo per 24 giorni in carica, poi aveva dovuto dimettersi per aver mentito, negando di aver discusso di sanzioni contro la Russia con l’ambasciatore di Mosca a Washington, Serghei Kislyak.

 

 

Tutti ora si domandano: si arriverà all’impeachment, cioè alla messa in stato d’accusa del Presidente? Le probabilità sono poche, per tanti motivi convergenti. Per quanto riguarda Comey, ad esempio, anche avesse rivelazioni da fare, potrebbe andare in difficoltà perché accusato di aver tenuto per sé informazioni importanti su anomalie istituzionali. «Perché, se l’incontro in questione è avvenuto a febbraio, Comey ha aspettato fino ad ora per rivelarlo?», ha detto ieri lo speaker della Camera Paul Ryan. Quindi è difficile pensare che la sua deposizione aggiunga molto rispetto a quello che si sa.

C’è poi una questione di numeri. La richiesta di impeachment deve partire dalla Camera, dove i Repubblicani hanno la maggioranza di 214 seggi contro 194. Quindi i Democratici dovrebbero convincere 24 deputati a venire dalla loro. Difficile che accada, perché sarebbe uno smacco troppo pesante a pochi mesi dalle fondamentali elezioni di midterm che rinnoveranno proprio la rappresentanza della Camera. È vero che i rapporti tra Trump e il suo partito non sono buoni, ma per i Repubblicani un passo come questo sarebbe un salto nel vuoto.

 

 

Il terzo fattore a favore di Trump è proprio il suo amico Putin. Ieri a Sochi, durante l’incontro con il nostro primo ministro Gentiloni, Putin ha definito «una bufala» la notizia di informazioni segrete date da Trump ai russi. E addirittura si è detto disponibile a pubblicare i contenuti del colloquio avvenuto nello Studio Ovale fra il leader Usa e il suo ministro degli Esteri Sergei Lavrov. «Non c’è stata alcuna collusione con il Cremlino e le indagini lo dimostreranno», ha potuto dire ieri Trump con una certa sicurezza.

Infine c’è un quarto fattore, più imponderabile ma che costringe i nemici di Trump a una certa prudenza. Nonostante questo inizio di presidenza travagliato e ricco di gaffe, il presidente continua ad avere una grande presa sull’America reale. Le polemiche innescate in particolare dalla grande stampa liberal non sono riuscite per ora a incrinare questo feeling. Lui continua nella sua strategia di comunicazione diretta con il Paese, usando i social, e in particolare Twitter, come una spada. Uscite rabbiose a antisistema che sono diventati il punto di riferimento di un’America trasversale conservatrice e populista. Un’America nel cui vocabolario non c’è la parola “impeachment”.

Lascia un commento

Devi loggarti per pubblicare un commento.