Perché le zebre sono a righe b/n
È una cosa seria e scientifica

Mina la cantava a pois. Invece pare che le zebre proprio non possano fare a meno del loro caratteristico mantello a strisce bianche e nere. Lo spiega un recente studio della University of California (UCLA), negli Stati Uniti, pubblicato sulla rivista della Royal Society Open Science, secondo cui questa strategia bicolore aiuterebbe gli animali a combattere le alte temperature delle zone particolarmente calde dell’Africa. Contravvenendo a precedenti teorie che ne imputavano la ragione alla difesa contro le mosche tse-tse.

Perché proprio il bianco e il nero. Le leggi di natura hanno un che di meraviglioso e di sempre spiegabile. E a questo non si sottrae nemmeno il caratteristico abito delle zebre, l’unico fra tutte le specie animali a alternare l’elegante abbinamento di bianco e nero. Che non è affatto casuale: pare infatti che questa scelta fenotipica funga per le zebre da corrente d’aria rinfrescante. Le differenze tra chiaro e scuro assorbirebbero e rilascerebbero il calore, creando in questo modo una sorta di aria condizionata interna al corpo che si attiva autonomamente quando ce n’è bisogno.

 

 

Per capire questo particolarissimo fenomeno, gli scienziati hanno selezionato 16 diverse comunità di zebre del centro e del sud dell’Africa, fra cui il Kenya, il Sudafrica, la Tanzania, l’Uganda, e lo Zimbawe, usando come unico punto di riferimento per il loro studio il pellame a strisce. Con un unico intento: cercare di spiegarne l’esistenza (o la ragione) in funzione di una trentina di variabili ambientali quali la presenza territoriale di mosche tse-tse o di altri predatori, la diversa vegetazione, il clima.

Non tutte le strisce sono uguali. O meglio, visivamente lo sono: perché quella bianca si succede sempre a quella nera e sembrano tutte tracciate in modo quasi impeccabile. Eppure qualcosa varia: il numero e le dimensioni delle strisce, che sono sempre diversi a seconda della sottospecie di zebra e della zona in cui i mammiferi sono stanziati.

I ricercatori sono infatti arrivati a scoprire che non solo le strisce sono correlate alle temperature e alle precipitazioni dell’ambiente ma anche che, laddove le temperature sono più elevate, ovvero nelle zone dell’equatore, le zebre hanno un mantello con un maggior numero righe bicolor, di cui le nere sono anche più scure e larghe. Invece gli esemplari che vivono nel sud dell’Africa, come in Namibia, in cui il termometro specie di inverno resta molto più basso, le strisce sono molte di meno, di un nero meno intenso e più sottile. Virtualmente si potrebbe pensare che le zampe o altre parti del corpo meno esposte alle punture degli insetti portatori di malattie particolari, negli animali che vivono in questa zona dell’Africa, potrebbero essere addirittura prive di strisce.

 

 

Le nuove conclusioni. La variabilità numerica dei bianchi e dei neri condurrebbe quindi a una nuova lettura del fenomeno. Le ultime tesi (che comunque non sono escluse ed hanno ragione di essere) ritenevano che l’alternanza dei due colori fosse utile all’animale per scacciare i predatori o confondere le mosche tse-tse che non le andavano a pungere, mentre oggi si ritiene che le strisce giustifichino la termoregolazione che consente alla zebra di restare più fresca, rispetto agli altri animali, dovendo pascolare tutto il santo giorno in territori arsi dal sole.

La scienza però non si accontenta di questo traguardo, tanto che in fase di studio i ricercatori hanno anche prelevato dalla zebre, con una speciale tecnologia, dei campioni di tessuto per sequenziare il DNA e cercare di identificare il gene che codifica la formazione delle strisce bianche e nere. Con l’intento di capire anche se queste ultime possono fornire agli zebrati di ogni categoria ulteriori benefici, diversi o in aggiunta a quelli solo territoriali.