Chi in piazza ha fischiato il Papa

S’è mai vista una piazza fischiare in sua assenza un Papa? Forse qualcosa di simile era accaduto nel lontano 1981, alla vigilia di uno dei referendum che hanno segnato la storia culturale dell’Italia, quello sull’aborto. Allora al soglio pontificio c’era Karol Wojtyla e nelle piazze c’era un’Italia che voleva liberarsi dai vincoli della visione morale della Chiesa. I risultati confermarono che la chiesa era ormai minoranza in un Paese conquistato da un edonismo consumistico, come profetizzato anni prima da Pier Paolo Pasolini.

Oggi le parti sono rovesciate. Perché paradossalmente a fischiare il papa sono i resti di quell’Italia marginalizzata e sconfitta nel 1981: è l’Italia che davanti al declino del cristianesimo pensa di arroccarsi in un consunto ideale di cristianità. Tutto questo si è palesato sabato scorso durante il comizio di Salvini in piazza Duomo a Milano. Il leader leghista ha tenuto a lungo tra le mani un rosario e ha poi evocato i patroni d’Italia e la consacrazione al Sacro Cuore di Maria. Si può solo immaginare cosa può aver pensato Francesco, quello di Assisi, da lassù, nel sentirsi strattonato in questo modo… Lui che aveva dialogato niente di meno che col Sultano e si era messo di traverso alla filosofia delle crociate.

 

 

Fatto sta che i gesti di Salvini hanno sfinito con lo scaldare una piazza che covava in seno un risentimento contro un papa che ha più a cuore il destino del cristianesimo che non quello della cristianità. Ed ecco allora i fischi, imprevisti ma non troppo. I fischi poi hanno innescato un altro tipo di dibattito tra osservatori e “vaticanologi”: è stata messa in rilievo la marginalità dei cattolici nella situazione politica italiana di oggi. Una marginalità di cui sarebbe responsabile proprio la chiesa di Francesco, così poco sensibile al tema della presenza pubblica dei cattolici.

Francesco ha una prospettiva diversa; pensa che questo sia il momento della testimonianza, dell’accoglienza, dell’incontro. Pensa che il problema non sia quello di affermare un’identità, ma quello di lanciare una proposta umana che sia inclusiva e che sia capace di superare tutte le barriere. L’identità è dunque un freno, perché disegna recinti e determina una separatezza. La chiesa di Francesco incontra, quella che difende un’idea di cristianità invece si alimenta con gli scontri. Non ci potrebbero essere logiche più opposte.

 

 

L’aspetto paradossale è che chi propone un’idea movimentista di cristianesimo è colui che rappresenta al suo massimo grado l’istituzione, cioè la Chiesa. L’episodio del cardinale elemosiniere che si cala nel tombino per riattaccare l’elettricità nel palazzo vuoto occupato da anni e abitato da qualche centinaio di famiglie, è l’immagine emblematica di questo nuovo spirito poco attento alle formalità e molto attento invece al grido che sale dalla realtà. Ovviamente è una dinamica che rovina i piani di chi punta ancora a stabilire egemonie intellettuali e politiche, perché fa saltare tutti gli schemi. Per questo, per cercare di recuperare un po’ di terreno e ristabilire la logica dei recinti, si ricorre anche alle piazze. Il clericalismo è duro a morire.

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