«I preti non sono più nella realtà»
(dopo l’arresto del parroco di Solza)

Non è facile per i preti bergamaschi parlare dopo l’arresto del parroco di Solza. Non è facile per tanti motivi, a partire dal fatto che a essere precipitato nella vergogna è uno di loro. E che questa volta non si tratta di una rinuncia alla veste o di uno scivolone affettivo, ma di una caduta rovinosa dalla quale non ci si rialza più. Dopo i troppi silenzi del passato e gli scandali di questi anni, pedofilia e dintorni per un sacerdote sono strade senza ritorno. Non a caso la Curia di Bergamo è stata tempestiva e trasparente nel dare notizia dell’arresto di don Diego. Niente da nascondere, neppure la sofferenza per le vittime e per lo stesso sacerdote coinvolto nell’inchiesta. E giovedì sera il vescovo, durante una messa davanti a centinaia di persone, ha chiesto con umiltà di pregare per lui e per i preti. Un caso come questo apre però tante domande e noi di Bergamopost abbiamo voluto porle a un “uomo di Dio”, che per rispetto della situazione ci ha chiesto di rimanere anonimo.

Don, dopo anni di clamore su chiesa e pedofilia come può succedere che un prete ci caschi ancora?

«Voglio dirle anzitutto una cosa. Che questo mondo, per come si è organizzato, non è più della chiesa, ma noi preti continuiamo ad agire come se ancora lo fosse. Così cadiamo vittime di tutte le insidie che gli altri uomini sanno invece evitare. Quelli che hanno a che fare con il denaro, ad esempio, conoscono bene il pericolo che i soldi rappresentano e sono capaci di gestirli. Chi invece non ne conosce le leggi facilmente si fa stritolare».

Qui siamo nel campo della sessualità…

«La chiesa per secoli ha gestito il tema della sessualità come qualcosa di pericoloso, perché era un ambito in cui era facilissimo scottarsi. Noi l’abbiamo reso il luogo delle idealità, degli affetti, dei sentimenti, senza più tener conto del fatto che c’è un aspetto della sessualità che è inquietante, oscuro. E se una persona non è strutturata ci casca dentro alla grande».

Un cristiano, un prete, non dovrebbe avere maggiori anticorpi?

«Il cristiano di oggi sembra un uomo a metà: non fa più riferimento fino in fondo al Vangelo, perché l’ha annacquato, ma non conosce in profondità neanche la realtà. Motivo per cui quando si muove nelle cose della vita è in costante difficoltà e facilmente viene travolto appena il mare è in burrasca. Il prete di oggi ha puntato sul fattore antropologico, cioè crede all’umano, senza tener conto che l’umano è stato sì redento, ma continua ad essere segnato profondamente dal peccato. Bonhoeffer che di queste cose se ne intendeva affermava che bisogna arrendersi solo a Dio, ma con tutto il resto (soprattutto coi soldi e il sesso) occorre resistere. Uno che è immerso nell’esistenza degli uomini, o questo lo sa, e si attrezza per prevenire e resistere, o è più probabile che sbagli».

Viviamo tutti in un mondo illusorio?

«Questa società che ha eliminato Dio ha perso anche la realtà. La chiesa è sempre stata nella realtà, sempre, anche quando faceva i peccati. Ma adesso i peccati sono a tal punto irreali che tu li fai e non sai di farli, per cui vuoi mostrare una bella immagine all’esterno mentre dentro di te si combatte una battaglia spaventosa di cui neanche ti accorgi. È un pericolo gravissimo».

Quindi secondo lei nei preti c’è una doppia debolezza, di fede e di ragione.

«La mia impressione è che questi episodi nascano da due fattori. Il primo è una scarsa adesione al Vangelo: spieghiamo a tal punto la parola di Dio che è come aggiungere acqua al vino di Cana e il risultato che ne esce è dell’acqua torbida; il secondo è che viviamo di sentimenti, di intenzioni, di ideali. E questo ci espone a qualsiasi intemperia. Un delinquente sa bene cos’è la realtà, un cristiano non lo sa più. E poi ci sarebbe anche un’altra cosa…».

Quale?

«Corruptio optimi pessima, diceva San Gregorio Magno. Cioè la corruzione dell’ottimo – il prete dovrebbe essere un uomo migliore – è la cosa peggiore. Ciò che è veramente buono, quando si rovina tocca veramente il fondo, non si ferma più. In ogni caso, non bisogna mai rallegrarsi o scandalizzarsi quando cade una colonna, perché vuol dire che l’edificio è a rischio. Bisogna piuttosto piangere, e pregare».

L’utilizzo di internet per adescare ragazzi è parte di questo fondo?

«Noi abbiamo accolto a braccia aperte strumenti formidabili come internet, il telefonino e la televisione, pensando che fossero mezzi innocui che si possono trattare con disinvoltura. Ma sono loro che ti impongono leggi proprie, non sei tu che li controlli e se non stai attento alla fine ti travolgono».

Lei non pensa che il prete sia un uomo solo al quale spesso si chiede di essere un superuomo?

«No, secondo me non è vero, anzi è vero il contrario. L’opinione pubblica ha fatto di tutto perché il prete diventasse una persona normale, che cioè da una parte eviti gli scandali come il peccato più grave, la pedofilia; ma nello stesso tempo non si innalzi mai a dimensioni troppo alte, perché altrimenti diventa pericoloso in un’altra maniera. È l’aurea mediocritas. Al prete si domanda di accompagnarsi agli altri uomini, di consolarli, di aiutarli ma soprattutto di non disturbarli e intralciarli nelle loro scelte di vita».

I preti più vecchi sembrano avere una solidità diversa rispetto a quelli giovani. È così?

«Non lo so. Io posso parlare di me e dirle che la persona più pericolosa, di cui devo diffidare di più, sono io. Capisco solo adesso perché l’imperativo dei Padri del deserto era: bada a te stesso. Non dobbiamo tenere sotto controllo la realtà, quanto piuttosto badare a noi stessi. Ma il “bada a te stesso” adesso non c’è più. E questo spiega come mai in una società attrezzata e organizzata come quella di oggi, caschiamo come stupidi. La lotta più dura non è coi non credenti, coi parrocchiani, con gli immigrati, ma con se stessi. Io la conduco da anni ed è l’unica da cui esco spesso sconfitto».

 

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