I bergamaschi che emigrano
Migliaia all’anno e tanti giovani

«Ormai siamo diventati un ufficio di collocamento». Massimo Fabretti, da 25 anni direttore dell’ente Bergamaschi nel mondo, traccia i contorni dell’emigrazione 2.0. Quella iniziata nel 2008, in coincidenza con l’avvio della grande crisi. «I bergamaschi hanno ripreso a partire in cerca di lavoro, come accadeva negli anni Sessanta. I dati sono impressionanti: duemila persone solo nel 2014, 10mila negli ultimi sette anni». In base ai dati dell’Aire (Anagrafe italiani residenti all’estero), oggi sono più di 40mila i conterranei sparsi per il mondo, 6mila dei quali partiti dalla città. Bergamo è tornata a essere una terra di emigranti, come cinquant’anni fa.

Ma se allora si partiva per trovare lavoro come camerieri in Svizzera o come minatori in Belgio, adesso si parte con un titolo di studio in valigia. «Chi decide di andare all’estero è come minimo diplomato, molto spesso laureato. È di solito un giovane tra i 25 e i 40 anni, che conosce le lingue. La destinazione è il mondo intero: i bergamaschi cercano un posto di lavoro, non importa dove. E, come in passato, a pagare il tributo più pesante sono ancora le valli: la gente non trova sbocchi e se ne va».

 

 

Da Londra a Shangai. All’ufficio dell’ente – fondato nel 1967 dalla Camera di Commercio e dalla Banca Popolare di Bergamo – bussano in tanti. «Noi prendiamo carta e penna e scriviamo ai nostri circoli all’estero, segnalando curriculum e obiettivi di chi vuole emigrare – spiega Fabretti – I presidenti, gente straordinaria sempre pronta ad aiutare il prossimo, si attivano subito: creano contatti, trovano una sistemazione. Lo fanno perché ricordano bene la fatica che hanno vissuto sulla loro pelle quando sono arrivati in un Paese straniero».

La meta preferita, manco a dirlo, è Londra. «Il circolo, diretto dall’ottimo Radames Bonaccorsi Ravelli, è passato da 100 a 300 iscritti in pochi anni. La capitale britannica mantiene un grande fascino e offre grandi opportunità. La seconda meta preferita, in assoluto, è l’Australia. La presidente del circolo di Sydney, Silvia Pianelli, è partita quattro anni fa: ora lavora in una multinazionale». Ma i bergamaschi sono davvero ovunque, dal Canada al Sudafrica, da Dubai a Hong Kong e Shangai. Proprio in Asia dovrebbero sorgere i prossimi circoli, finora c’è una delegazione (il passo precedente l’istituzione del circolo vero e proprio) in Corea del Sud. Va forte anche la vecchia Europa. L’ultima delegazione dell’ente (il passo che precede l’istituzione di un circolo vero e proprio) è nata due settimane fa a Siviglia, fondata dal giovane cardiologo Andrea Sigismondi. Come è arrivato in Spagna ha piantato la bandierina.

 

 

Network globale. «Abbiamo creato una grande rete globale, basata sulla solidarietà reciproca – sottolinea Fabretti con orgoglio – Siamo la più grande associazione di emigrati in Lombardia, tra le prime dieci in Italia per numero di iscritti. I circoli sono 34, cui si aggiungono 20 delegazioni». Un network cresciuto negli anni, sostenuto anche dalla politica. «C’è un’attenzione bipartisan: dopo l’appoggio ricevuto dalle amministrazioni di centrodestra, anche Gori e Rossi mi hanno assicurato che possiamo contare su di loro. L’onorevole Giovanni Sanga, poi, ci è molto vicino». E anche la Chiesa ci ha messo del suo. I missionari orobici hanno giocato un fondamentale ruolo di guida all’interno della “diaspora” orobica. «Hanno fondato i circoli in Brasile e Argentina: padre Giuseppe Radici a San Paolo, padre Giacomo Mora a Buenos Aires. Poi ci siamo diffusi anche in altre città, perché da circolo nasce circolo».

Ovunque si vada a finire, si mantiene sempre un legame forte con Bergamo. «Il 70 percento di chi si rivolge a noi prima di partire resta iscritto all’ente. Pochi dimenticano le origini, anche parecchi anni dopo. E succede una cosa strana tra chi è emigrato a Londra o a New York: c’è chi scorda l’italiano e finisce con il parlare due lingue: l’inglese e il bergamasco».