Quanto incassa lo Stato dal fumo
(e da ogni pacchetto di sigarette)

Fumare fa male, e su questo siamo tutti d’accordo. La discussione tra tabagisti e salutisti convinti, però, si è riaccesa dopo che il 2 febbraio sono entrate in vigore le nuove norme anti-fumo, “portate” nell’ordinamento italiano attraverso la ricezione di normative europee. Come oramai noto, le nuove norme prevedono un’ulteriore stretta per gli amanti della sigaretta: sanzioni per chi fuma in auto alla presenza di minori o donna incinte, divieti in prossimità di ospedali e altri luoghi di cura, multe per chi getta i mozziconi per terra e salatissime sanzioni (che comunque già c’erano) per i tabaccai che venderanno sigarette ai minori. Inoltre, a breve, spariranno i pacchetti da 10, rei di invogliare i giovani a fumare visto il prezzo ridotto, le sigarette aromatizzate, i pacchetti di tabacco sfuso con quantità superiore ai 30 grammi e addirittura i marchi dei produttori, poiché circa l’80 percento della superficie dei pacchetti sarà occupata da frasi minacciose e immagini shock di malattie causate dal fumo. In confronto, la legge Sirchia entrata in vigore nel 2003 fu una passeggiata di salute per i fumatori.

 

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Servono i divieti? E quanto ci costa il fumo? A parere dei legislatori, queste norme saranno fondamentali per disincentivare il consumo di sigarette nella popolazione europea (e dunque italiana), anche se, a guardare i precedenti, non ne saremmo così sicuri: a fronte di uno stimato calo del 20 percento del consumo di sigarette in Italia in seguito all’entrata in vigore della legge Sirchia, in realtà, nel 2015 il calo del consumo si è attestato al 12,5 percento, con un calo complessivo dei fumatori del 6,5 percento. Certo, numeri comunque positivi perché preceduti da un segno meno, ma in realtà ci si sarebbe atteso qualche risultato in più, soprattutto tra i giovani, visto che nell’ultimo decennio i minori di 18 anni che si possono definire fumatori abituali sono cresciuti rispetto ad allora.

Un ulteriore dato che dimostra come la legge del 2003 (implementata nel 2005) non abbia pienamente raggiunto i propri obiettivi, è quello che attesta come la popolazione con problemi di asma sia cresciuta, dal 2005 al 2013, di 3,3 punti percentuali, passando dal 3,6 al 6,9 percento. Non una cosa di poco conto se si considera che, in Italia, le malattie respiratorie sono la terza causa di morte subito dopo quelle cardiovascolari e le neoplastiche. E il trend è in continuo aumento anche in considerazione dell’invecchiamento della popolazione. Tutto questo, stando a diversi studi realizzati negli ultimi anni, comporta un’enorme spesa sanitaria dello Stato per il trattamento di pazienti affetti da patologie attribuibili al fumo: circa 7,5 miliardi di euro l’anno. Eccoci quindi giunti a uno dei punti centrali della discussione tra tabagisti e salutisti: i soldi.

 

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Quanto incassa lo Stato? Tanto. Attestato che lo Stato spende 7,5 miliardi di euro l’anno per curare patologie attribuibili al fumo, molti si domandano quanto, lo stesso Stato, incassi ogni anno dalla vendita di sigarette e affini. Conoscere questa cifra è un po’ più complicato, ma non impossibile: secondo il 15esimo Rapporto Nomisma sulla filiera del tabacco, nel 2010 l’amministrazione pubblica ha incassato circa 13 miliardi e 700 milioni di euro da sigarette e affini. Una cifra che, con l’aumento del prezzo avvenuto negli ultimi anni e, di conseguenza, con gli aumenti delle percentuali incassate dallo Stato, ha toccato i 15 miliardi di euro l’anno circa oggi, stando almeno a quanto riportato dalla giornalista Maria Giovanna Maglie su Dagospia. Togliendo a questa cifra il costo sanitario legato al fumo, lo Stato ottiene comunque un utile di ben 7,5 miliardi di euro circa l’anno. Insomma, lo Stato alla fine ci guadagna sempre. E ne esce comunque vincitore.

Stupiti? In realtà un tale segno più è facilmente intuibile facendo due conti: per ogni pacchetto di sigarette venduto, per semplicità di spiegazione supponiamo da 5 euro, il guadagno dei tabaccai è pari al 10 percento del prezzo di vendita (0,50 centesimi), al fornitore vanno 70 centesimi, mentre lo Stato incassa ben 2 euro e 90 centesimi di accisa più altri 0,90 di Iva. In totale 3,80 euro su ogni pacchetto da venti sigarette vanno in tasca a Roma. Il 76 percento del prezzo complessivo. Ora pensate a quante persone che fumano conoscete e provate a fare qualche moltiplicazione: non arriverete di certo al totale, ma le cifre che vi abbiamo riportato non vi sembreranno più così folli.

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