Quei dipinti in stile Isis nel Duomo
(su Sant’Alessandro e altri martiri)

[In copertina, Ambito bergamasco sec. XIX-XX, Martirio di S.Pancrazio]

 

È probabile che persino i frequentatori più assidui della nostra Cattedrale non abbiano fatto caso a qualcosa che effettivamente ci si aspetta di trovare dovunque, meno che in chiesa: parliamo della rappresentazione di scene di violenza e di morte esplicite e persino esasperate che nel duomo dilagano un po’ dappertutto. Non solo la testa mozza di Oloferne che – in puro stile Isis – la Giuditta appollaiata sull’altare della Madonna Addolorata esibisce come un trofeo, ma anche il martirio di S. Alessandro e dei Vescovi di Bergamo (come lo splendido S. Giovanni del Tiepolo) nell’abside e i vari martiri e santi raffigurati nei quadri e affreschi delle pareti e della volta, offrono allo spettatore un incredibile armamentario di coltelli, spade, forche, lance, alabarde, bastoni, flagelli… così che nulla di ciò che è necessario a colpire e uccidere viene risparmiato. Così come non ci vengono risparmiate le scene più truculente e feroci, anche se il barocchismo di forme, colori, atteggiamenti riesce a trasformare gli episodi più crudi in “sacre rappresentazioni” dove orrore e disgusto scompaiono per lasciare il posto all’edificazione dei fedeli.

Certo la teatralità dell’epoca barocca gioca la sua parte, insieme alla decisa difesa apologetica tipica della fede di quel tempo. Ma a cosa si deve questa dichiarata volontà di non censurare la violenza e la malvagità umana, anzi in qualche modo di esibirla? Non si tratta forse di una conferma ai sospetti attuali nei confronti delle religioni, le monoteistiche in particolare, accusate di fomentare un’intollerabile violenza nei confronti dell’altro, del diverso? Non si dà ragione a chi come Umberto Galimberti scrive che: «appare evidente che la guerra santa non è una prerogativa del mondo islamico, ma un tratto tipico delle religioni monoteistiche che, in buona fede, trovano in Dio la giustificazione dei delitti più esecrabili compiuti nel suo nome»? O più semplicemente: non è sgradevole ritrovare in Chiesa quelle stesse violenze che ci hanno appena sconvolto e disgustato alla televisione in telegiornali sempre più simili a bollettini di guerra?

E non è tutto, perché queste rappresentazioni in fondo non sono altro che mille modi diversi di raccontare un unico evento: quello della crocifissione di Gesù. Duemila anni di cristianesimo ci hanno abituato a non cogliere più lo scandalo del crocifisso, il disagio di quella croce che Cicerone definiva «il supplizio più crudele e più tetro» e «la pena più feroce e disgustante», un supplizio e una pena che riguardano non solo un uomo innocente, ma Dio stesso. Un missionario in Bangla Desh raccontava lo stupore e il disgusto che un musulmano, mai entrato prima in una chiesa cattolica, provò di fronte al grande crocifisso dell’altare: «Non vi vergognate a tenere nella casa di Dio un’immagine così?». «Ma è proprio questo il nostro Dio!» aveva risposto il prete. E lui, sbarrando gli occhi: «Cosa gli avete fatto?».

 

Gariboldi G.B. (1766), Martirio di Sant'Alessandro

[G.B. Gariboldi, martirio di Sant’Alessandro]

 

Perché nel Duomo di Bergamo così come in ogni altra chiesa si racconta in infiniti modi diversi, riproducendolo in quadri, affreschi, statue, bassorilievi… il gesto di violenza e cattiveria più estremo che si possa rappresentare e che la Chiesa ha deciso di non nascondere né a se stessa né a nessun altro, anche a costo di urtare o di scandalizzare la sensibilità di certi fedeli e di tanti non credenti. Un gesto, questo di Gesù sulla croce, che assume, incarna, riproduce ognuno degli infiniti gesti, episodi, fatti di violenza, ingiustizia e di sopraffazione compiuti dall’uomo contro il fratello, l’estraneo, il nemico, ma non per legittimarlo o peggio ancora per esibirlo, bensì per condannarlo, per dichiarare che dopo la morte del Figlio di Dio sulla croce nessuna violenza è più permessa da parte di nessuno contro nessuno.

 

Ferrario F. (1766), Angeli con simboli del martirio

[F. Ferrario, Angeli con i simboli del martirio]

 

Ma la croce e i quadri dei martiri con la descrizione delle loro sofferenze rivelano anche il lato nascosto e luminoso del dramma che insanguina la storia di Gesù e dei suoi martiri: quello dell’amore di Dio che è più forte di tutto e che se da una parte denuncia e condanna la violenza, dall’altra sottrae alla violenza, al male, alla morte la sua pretesa di essere la parola ultima e definitiva della storia per aprire il passo all’amore, alla pace e alla gioia. Nel supplizio di Gesù, nel martirio dei suoi discepoli e in quello degli uomini e donne di ogni tempo e luogo Dio è dalla parte delle vittime e mai dei carnefici. E nel racconto delle storie dei nostri martiri, dal patrono di Bergamo Sant’Alessandro, al martire della fede e della carità in Perù il Beato Alessandro Dordi, è sempre solo una storia che si racconta in infiniti modi diversi: quella dell’amore appassionato di un Dio che neppure i nostri crimini più feroci e le nostre cattiverie più assurde, convinceranno a non voler più bene all’umanità e al mondo.

 

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[Urna con le reliquie di Sant’Alessandro in Cattedrale]

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