Chi preferisce il Pronto Soccorso
Metti una notte al Papa Giovanni

Metti una notte nella sala d’aspetto al Pronto Soccorso del Papa Giovanni. Qualche ora in attesa che dimettano un parente non grave e la voglia di capire un mondo che in genere finisce sui giornali solo quando sbaglia (per davvero o solo perché sembra a pazienti e parenti). I tempi d’attesa? Lunghi, sono lunghi. Ma non è che la gente si lamenti più di tanto, perché a sentire quel che dicono all’infermiere del triage (quello che ti assegna il codice in base alla gravità) si capisce che probabilmente accettano di pagare questo prezzo, pur di essere visti, proprio qui e proprio di notte, per non disturbare troppo lavoro e impegni familiari.

 

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C’è l’anziano che aspetta quattro o cinque ore e poi rinuncia, ma annuncia che ritenterà il pomeriggio successivo. L’infermiera lo invita a sentire il suo medico di base, per tutta risposta il nonnino ribadisce: «Vengo domani pomeriggio, dal mio medico ci sono già stato ma non mi ha soddisfatto». C’è la mamma della bambina con il mal di pancia da quattro giorni che non è andata dal pediatra perché «la pancia le fa male solo di sera». C’è la signora con un dolore al viso che non le dà tregua e abita vicino a Seriate ma ha preferito venire qui: «Non sapevo se fidarmi, vabbè che poi dipende da chi trovi». E l’altra che forse ha i calcoli renali, «ma ho chiamato il call center e per l’ecografia devo aspettare troppo». C’è l’uomo super impegnato con il braccio rotto che rifiuta il ricovero e chiede se può telefonare dopo il ponte per sapere se c’è il posto letto. E gli infermieri cortesi a spiegare a tutti che magari il ricovero in ospedale non è come prenotare l’hotel on line.

Anche se il modello tripadvisor impazza anche in sanità. E allora per ammazzare il tempo gioco un po’ con lo smartphone, perché grazie a Internet e alle app puoi anche sapere quanti pazienti ci sono negli altri ospedali bergamaschi o almeno Gavazzeni e Treviglio. Alle 20 accanto a me ci sono 4 gialli e 13 verdi (senza contare quelli già oltre le porte automatiche, seguiti da medici e infermieri), a Treviglio l’app MryouPS dichiara 2 verdi e un bianco, a Gavazzeni il sito dà in attesa 7 verdi. Un’ora dopo Treviglio ha tre verdi e un giallo, a Bergamo sempre 4 gialli e 14 verdi. Se non sai districarti fra i codici-colori gli infermieri e l’amministrativo (che però non resta tutta la notte) ti spiegano che se aspetti è perché ci sono casi più gravi. Lo ripetono come un mantra a tutti quelli che chiedono, perché son lì da un po’ o quando arrivano, per regolarsi. «Non posso dirle quanto dovrà aspettare, se arriva un’urgenza passa davanti». Giustamente.

E le urgenze arrivano. Prima di andarmene, alle 2 del mattino, scopro chiacchierando con gli infermieri in uno dei rari momenti di tregua che ci sono stati due morti. Anziani e malati, ma sempre morti che il personale non ha neppure il tempo di “digerire”. Perché a un certo punto c’è coda anche al triage. Sembra che fuori sia arrivato un pullman a scaricare aspiranti pazienti. E non mancano neppure gli extra, due équipe con tanto di valigetta trasporto organi passano dal PS per raggiungere la sala operatoria in cui è in corso un prelievo.

L’atmosfera tutto sommato è tranquilla, chi può sta quasi sempre al cellulare (anche quando l’infermiera lo chiama perché è il suo turno…). Ma se sgranchisci le gambe e fai due passi senti un concerto di bambini piangenti dalle sale visita. Sette ore di attesa non son poche se stai male o sei in ansia perché non sai spiegare l’origine del dolore. Ma siamo sicuri che andare al PS per risparmiare sul ticket del prelievo o dei raggi, saltare la coda, non perdere la giornata di lavoro o avere un secondo parere rispetto al medico di base sia da paese civile?